31 agosto 2005

Deadly Katrina





As President Bush said in his address to the nation, my prayers go to the people involved in this huge calamity,
in Lousiana, Mississippi and Alabama.
A special thought to those who are out there in New Orleans. European media do not really seem to care about such a tragedy, but I do. And I hope you do the same. May God watch over the United States of America.


26 agosto 2005

Islamici d'America.

Islamici d’America
Chi sono, come vivono e in cosa si differenziano dai loro correligionari europei
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Fin da quando è risultato chiaro che tre dei quattro jihadisti che hanno compiuto gli attentati a Londra il 7 luglio erano nati e cresciuti in Inghilterra, gli inglesi hanno cominciato a osservare più attentamente i propri vicini musulmani.Hanno gli stessi valori? Qual è la loro situazione economica? Per chi tifano quando l’Inghilterra gioca a cricket contro il Pakistan? E quanti altri aspiranti attentatori ci sono tra loro?
Come spesso avviene, l’Inghilterra disponeva già di buone informazioni per rispondere a queste domande ben prima di subire gli attentati: uno studio del ministero dell’Interno pubblicato nel 2004 mostrava, per esempio, che i musulmani inglesi hanno un tasso di disoccupazione tre volte superiore a quello del resto della popolazione, che il loro livello di partecipazione civica è molto basso e che almeno il 26 per cento non prova sentimenti di fedeltà nei confronti dell’Inghilterra. Negli Stati Uniti, invece, la legge proibisce all’ufficio censimenti di mantenere statistiche sull’identità religiosa, e quindi non si dispone di dati sicuri sulle dimensioni e la natura della popolazione musulmana d’America. Tuttavia, se l’America dovesse essere attaccata da jihadisti americani, gli americani si porranno senza dubbio le stesse domande che ora si stanno ponendo gli inglesi.

Ecco che cosa sappiamo
Innanzitutto, bisogna sbarazzarsi della diffusa ma erronea idea che gli arabi americani e i musulmani americani siano la stessa cosa. In realtà, quasi tutti gli arabi americani non sono musulmani, e quasi tutti i musulmani americani non sono arabi. Secondo il censimento del 2001, ci sono un milione e duecentomila americani di origine araba, dei quali solo il 24 per cento (in base a un sondaggio condotto dall’Arab American Institute) sono musulmani. Gli altri sono per lo più cattolici, cristiani ortodossi o protestanti. Sono anche benestanti, con un reddito familiare medio di 52.000 dollari e un elevatissimo tasso di matrimoni misti (oltre il 75 per cento), che dimostra come siano profondamente confluiti nel grande melting pot americano.
Le informazioni sui musulmani americani sono molto meno dettagliate. Un sondaggio condotto nel 2004 dalla Zogby International indica che circa un terzo dei musulmani americani è di origine sudasiatica; il 26 per cento sono arabi e il 20 per cento americani di colore.
Ma fino al 2001 non abbiamo avuto la minima idea di quanti musulmani vivessero in America, e anche ora la cifra è molto discussa. Tutte le principali organizzazioni musulmane ritengono che sia superiore ai 6 milioni, che, come ha osservato Daniel Pipes, ha la convenienza di essere più alta di quella degli ebrei americani. Tutte le ricerche indipendenti, invece, ritengono che la cifra non sia superiore ai 3 milioni, mentre secondo lo studio finora più accurato e attendibile, condotto dal professore Tom Smith del National Opinion Research Center della University of Chicago, in America vivono 1.886.000 musulmani.
Quale che sia la cifra esatta, appare chiaro che i musulmani americani, al pari degli arabi americani, hanno vissuto piuttosto bene negli Stati Uniti. Il sondaggio della Zogby indica che il 59 per cento dei musulmani americani ha perlomeno un diploma di scuola superiore, il che li rende il gruppo più istruito in America. Sono anche la più ricca comunità musulmana del mondo: 4 musulmani americani su 5 hanno un reddito annuale di 25.000 dollari e uno su tre di oltre 75.000 dollari. Tendono a fare lavori da libero professionista, e la maggior parte di loro possiede un capitale azionario. In termini di partecipazione civica, l’82 per cento è registrato al voto, con il 50 per cento di democratici. E’ tuttavia un fatto interessante che, secondo i dati del sondaggio, il 65 per cento dei musulmani americani è a favore di una riduzione delle tasse sul reddito.
Se si tiene conto di questi dati, risulta che i musulmani americani sono piuttosto diversi da quelli dell’Inghilterra e dell’Europa, che tendono a essere poveri e socialmente emarginati. Ci sono altri quattro elementi che differenziano i musulmani americani.
Primo, a differenza di quanto accade in Europa, la stragrande maggioranza dei musulmani è entrata legalmente negli Stati Uniti e buona parte di coloro che non lo avevano fatto sono stati estradati dopo l’11 settembre 2001. Secondo Ali al-Ahmed, del Saudi Institute di Washington, negli Stati Uniti ci sono probabilmente non più di poche migliaia di immigrati musulmani clandestini.
Secondo, il 26 per cento dei musulmani americani fa matrimoni misti (dati di un sondaggio effettuato nel 2001 dalla City University of New York). Siamo molto lontani dalla percentuale degli arabi americani, ma abbastanza vicini alla media nazionale del 25 per cento. E poiché il 64 per cento dei musulmani americani non è nato in America, c’è motivo di attendersi che la percentuale cresca con la seconda e la terza generazione.
Terzo, secondo Ishan Baghy, un professore della University of Kentucky che recentemente ha condotto una ricerca sulla frequentazione delle moschee a Detroit, il tipico frequentatore di moschea è un uomo di 34 anni, sposato e con figli, in possesso almeno di una laurea di primo livello, con un reddito di circa 74.000 dollari all’anno. Se questo quadro è rappresentativo della popolazione musulmano americana nel suo complesso, ne risulta che i religiosi osservanti non hanno nulla a che fare con la figura del giovane musulmano emarginato e infuriato ampiamente diffusa in Europa.
Infine, i musulmani americani hanno il vantaggio di avere, a parte qualche notevole eccezione, leader generalmente più responsabili di quelli inglesi o europei. Basta confrontare la netta condanna del terrorismo espressa dal Muslim Public Affaire Council di Los Angeles con le astutamente ambigue dichiarazioni di Tariq Ramadan in Francia, per non dire nulla delle posizioni dichiaratamente jihadiste sostenute da alcuni dei più notori imam dell’Inghilterra.
Dunque, gli Stati Uniti hanno un “problema musulmano”? Se i dati che abbiamo riportato sono accurati, la risposta dovrebbe essere: no. Al contrario, i musulmani americani tendono a essere dei veri modelli sia come americani sia come musulmani. Ma questo non significa che non ci siano problemi. Uno di questi è rappresentato dalle moschee sovvenzionate dall’Arabia Saudita, che possono servire come canale di trasmissione per la versione wahabita estremista dell’islam sostenuta dal regno saudita […].
Al di sopra di tutto questo sta la questione della traiettoria di lungo termine della popolazione musulmana americana. In Inghilterra, come anche in Germania e in Francia, una caratteristica specifica del movimento islamista sta nel fatto che ha messo radici nei musulmani della seconda generazione, la cui disillusione nei confronti dello stile di vita occidentale si accompagna al fascino romantico della purezza etnica e religiosa. I musulmani americani, la maggior parte dei quali non sono nati in America, sono probabilmente meno esposti a questo rischio. Ma questo non garantisce che non vi siano esposti i loro figli. Inoltre, né un’istruzione di prima qualità di tipo occidentale né il benessere economico rappresentano una sicura vaccinazione contro l’estremismo: basta pensare alla carriera di Mohammed Atta, il capo del gruppo autore degli attentati dell’11 settembre, che aveva studiato all’Università di Amburgo, o all’assassino di Daniel Pearl, Ahmed Omar Saeed Sheikh, che aveva studiato alla London School of Economics.
Sono sufficienti pochi uomini (o donne) per compiere un atroce attentato terroristico, e gli Stati Uniti non hanno alcuna garanzia per ritenersi immuni dal terrore islamista interno. Ma se è vero che “ci vuole un villaggio per fare un terrorista”, allora gli Stati Uniti sono molto più al sicuro degli europei. E’ una benedizione che gli americani continueranno ad avere finché resteranno una società mobile, assimilatrice e vigile.

Bret Stephens e Joseph Rago – Wall Street Journal
per concessione di Milano Finanza (trad. A. Piccato)


Questo ottimo articolo del Wall Street Journal pubblicato oggi dal Foglio rientra benissimo nella polemica sul "meticciato" aperta da Pera.
Analizzando come una delle tante componenti etniche e culturali,in questo caso quella islamica, si siano amalgamate naturalmente alla società americana possiamo ben capire come siamo lontani anni luce qui in europa e in italia dal riuscire ad accogliere e rendere partecipi nella nostra società le minoranze immigrate.
Ci sono troppi limiti a una qualsiasi integrazione nella vecchia, stantia e bigotta europa.
Gli Stati Uniti sono nati, cresciuti e diventati la potenza attuale proprio grazie a un processo migratorio che ha fuso molteplici etnie per dar vita ad un sogno comune di libertà per tutti. Nessun immigrato decide di andare in America per sfruttare un po la ricchezza salvo poi tornare al paese d'origine.
Chi inizia l'esperienza americana lo fa consapevole di essere partecipe di un disegno comune di un destino comune e non vede l'ora di perdere la cittadinanza precedente perchè la sente come un fardello che lo frena.
Si vuole lavorare e contribuire tutti assieme a quel destino, non ci sono identità da difendere,ci sono solo traguardi da raggiungere.
L'europa non è nata cosi.
Non è frutto di un ardente desiderio comune di un futuro sempre più prospero.Non è unita nelle diversità, è divisa nelle uguaglianze. Ogni paese è uguale nel guardarsi dagli altri paesi, nell'anteporre i propri costumi e le proprie abitudini ai possibili traguardi che senza quelle stesse abitudini potrebbe raggiungere.
Si dice che si deve dar lavoro prima agli italiani salvo poi una volta trovato lavoro non aver voglia di farlo, si ha paura dell'idraulico polacco che può portarti via i tuoi privilegi, insomma dà fastidio la concorrenza e il cambiamento.
L'europa non può ambire a niente coi suoi lacci e lacciuoli culturali e religiosi.
E adesso ci vengono a dire che per difendersi bisogna legarcisi ancora di più a quei lacci, bisognerebbe legarcisi mani e piedi.
Riscoprire le nostre identità per fronteggiarne altre.
Gli Stati Uniti non hanno fatto questi errori. Non hanno commesso l'errore di costruire l'unità nazionale in base all'identità culturale,religiosa, etnica o quello che volete. L'unità nazionale la raggiungono tramite la condivisione degli stessi obbiettivi. La libertà su tutti.
L'europa vivrà sempre più in ghetti l'uno dentro l'altro, divisa e rinchiusa nelle rispettive ugualglianze se non capisce le lezioni che il Nuovo Mondo le sta dando da duecento anni.
Se non correggerà la rotta,l' immigrato presente e quello futuro non avrà nessun incentivo a partecipare attivamente alla vita nel nuovo paese, e a ragione, perchè se non hanno degli obbiettivi comuni i cittadini autoctoni, perchè mai dovrebbe averne lui?
Non sarà stimolato da alcun sogno italiano,francese o spagnolo a restare e a contribuire alla ricchezza e alla missione di quei paesi.
Non avrà ragione di imparare la nuova lingua se tanto prevede già di tornare nel paese natio dopo un tot di tempo e se comunque anche nella realtà estera vive tra conterranei in quartieri che sembrano ghetti.
Chi arriva negli Stati Uniti con la sete di libertà e di un futuro sempre migliore e attivo avrà la sua sete colmata e troverà molti altri assetati come lui con cui intraprendere la stessa strada insieme.E l'unità nazionale non sarà qualcosa che la Casa Bianca dovrà supplicare o imporre con leggi o divieti, sarà una naturale conseguenza.
In europa non hanno sete.
Chi si accontenta gode, dicono qua.

22 agosto 2005

Iraq, highlights of the week.


Highlights of the week



Come vediamo dagli highlights la settimana scorsa il cammino dell’Iraq democratico non si è fermato e ha visto nuovi progressi in molte materie. Siamo però ad un punto caldo del processo, infatti è slittata di una settimana la presentazione della bozza della nuova Costituzione per i problemi che sappiamo.
Proprio oggi 22 Agosto scade il termine fissato per la presentazione e tra poche ore sapremo cosa succederà( update in tempo reale da un’agenzia, l’accordo sulla Costituzione è stato raggiunto proprio mentre scrivo e nelle prossime ore verrà presentata la bozza al Parlamento.Una splendida notizia, coraggio Iraq!) Qua sotto una tabella ci aiuta a focalizzare le tappe fondamentali per gli iracheni dalle scorse elezioni di Gennaio a quelle che dovranno decretare il primo Governo sotto una nuova e democratica Costituzione, il primo dal dopo- Saddam.



Vale la pena di tornare sui 7 maggiori punti della settimana per sottolineare almeno due punti molto interessanti e positivi. Come vediamo al primo punto, la ricostruzione delle forze armate prosegue incessantemente e nella sola ultima settimana hanno completato il corso di addestramento della durata di 6 settimane ben 1163 reclute che andranno a rinforzare le fila della ISF e 239 reclute si sono laureate ed entreranno a far parte degli ufficiali nei dipartimenti specializzati delle nuove forze dell’ordine. Con questi ultimi il totale delle forze armate irachene addestrate ed equipagiate sale ad un totale che sfiora le 180.000 unità. Nello specifico la tabella qua sotto:

Un altro punto importante,soprattutto per il morale degli iracheni, sono le prestazioni nel fornire i servizi essenziali alla popolazione: è qui il caso dell’erogazione di energia elettrica.
Anche qui vediamo come la media nazionale è di 12 al giorno completamente coperti dall’elettricità domestica. Non è poco e la domanda di elettricità continua a crescere assieme alla incessante opera di ricostruzione delle linee e della loro protezione da attacchi terroristici che puntano a frenare questa corsa.



Anche per quanto riguarda la sanità e il ripristino degli approvvigionamenti di acqua potabile si fanno passi significativi. Dei 73 progetti per la costruzione di impianti di trattamento e distribuzione dell’aqua ben 47 sono già stati completati e i rimanenti sono in via di ultimazione.
Inoltre tutti questi progetti sono completamente svolti da appaltatori iracheni e gestiti dalle autorità irachene competenti in materia. A Irbil è al 50% l’ultimazione dell’acquedotto cittadino che era inutilizzabile. Una volta volta terminato, per l’inizio del prossimo anno, fornirà acqua corrente potabile a circa 900.000 iracheni. Niente male no?
Al punto 4 abbiamo il processo di aiuto allo sviluppo di una forte economia irachena.
Nella tabella sotto vediamo i progressi ottenuti in una sola settimana riguardo alla creazione di nuovi postidi lavoro. Grande crescita ha sempre il settore militare del paese come ovvio e prevedibile, ma costante e la crescita dei nuovi progetti e degli uffici di appalto.





Certamente la strada verso la democrazia è ancora lunga e piena di insidie, ma le buone notizie ci sono e sono molte,e come al solito basta volerle vedere. Purtroppo i media europei non aiutano molto in questo senso. Le uniche notizie che ci arrivano dall’Iraq sono dei freddi bollettini sugli attentati, sui rapimenti e le uccisioni dei terroristi o sulle perdite della Coalizione nel paese.
Il silenzio è totale sui progressi costanti che gli iracheni col nostro aiuto stanno perseguendo. Non li vediamo in nessun telegiornale, quotidiano o settimanale.
Queste informazioni aggiornate sono state prese,as usual, dal report settimanale che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti rilascia ed è possibile consultarlo liberamente e più approfonditamente all’URL: http://www.defendamerica.mil/downloads/Iraq-WeeklyUpdate-20050817.pdf.

21 agosto 2005

Il Pentagono chiude la questione Bush / Rumsfeld.

Se avete voglia leggete i pezzi qui di seguito e in fondo troverete il mio commento.

Stand with the Iraqis From the August 29, 2005 issue: The enemy should confront the unpleasant prospect of facing the current level of American forces supplemented by an ever-growing number of Iraqi fighters.

ON THURSDAY, AUGUST 11, in Crawford, Texas, President Bush met with his foreign policy team. At a press conference afterwards, he strongly reiterated the core elements of his war policy: We're engaged in a global war on terror; the central front of that war is Iraq; we're committed to winning in Iraq, and to defeating the terrorists, and their sponsors, around the world.
The president was asked about pulling U.S. troops out of Iraq. His response was unequivocal: "Pulling the troops out would send a terrible signal to the enemy. Immediate withdrawal would say to the Zarqawis of the world, and the terrorists of the world, and the bombers who take innocent life around the world, you know, the United States is weak; and all we've got to do is intimidate and they'll leave."
A week later, Vice President Cheney spoke to the 73rd National Convention of the Military Order of the Purple Heart. He, too, offered a strong defense of the core Bush administration understanding of the war on terror: "This is not a war we can win strictly on the defensive. Our only option against these enemies is to find them, to fight them, and to destroy them. . . . Iraq is a critical front in the war on terror, and victory there is critical to the future security of the United States and other free nations. We know this, and the terrorists know it as well."
One sentence, however, stood out like a sore thumb in both the president's and the vice president's remarks: "As Iraqis stand up, we'll stand down," the president said. "
And over time, as Iraqi forces stand up, American forces will stand down," repeated the vice president.
Now, it is probably the case that a couple of years from now we will be able responsibly to reduce the number of American forces in Iraq. But the "stand up/stand down" formulation goes beyond that. It suggests--and Defense Secretary Rumsfeld has repeatedly elaborated on this thought--that as Iraqi soldiers get trained, they will replace Americans, apparently regardless of our progress toward victory in the war.
But this formulation--and this policy, if it becomes policy--is, to quote the president, "a terrible signal" to send to the enemy. The enemy should confront the unpleasant prospect of soon facing the current level of American forces supplemented by an ever-growing number of Iraqi fighters. Our enemies should not have the impression that, by continuing the terror, they can secure the reward of facing (inevitably) less-able Iraqi forces in place of American troops.
This formulation, and this policy, is also a terrible signal to send to our friends. It suggests we want to get out more than we want to win. Such a suggestion will itself make winning more difficult--for who will risk committing to a side that seems uncertain about its own commitment, and that seems to be seeking an exit from the struggle?
The right formulation, and the right policy, would be this: As Iraqis stand up, we will stand with them. This formulation is consistent with the Bush administration's general approach to the war on terror. And, as Frederick W. Kagan pointed out last week in the Washington Post, the policy implied by such a commitment--supplementing the current American forces with a couple hundred thousand Iraqi light infantry--would point the way to victory.
For one thing, there are areas like logistics, artillery, and airpower where Iraqi forces cannot substitute for U.S. forces. But, more important, a combined U.S.-Iraqi force doubled in size could fight a more effective and more comprehensive counterinsurgency. We could sweep areas and hold them, instead of sweeping and leaving. We could patrol areas we control--and still launch attacks in areas we don't. We could address problems on the Syrian border--and still concentrate troops in Baghdad.
We could do a better job of protecting Iraq's oil infrastructure, and could provide a better security shield behind which real and lasting economic reconstruction could take place. But all of this is possible only if we stay and fight side-by-side with the Iraqis.
Kagan concludes that, in general, "Iraqis will be dependent on significant levels of U.S. military support for years to come." But the good news is that a combined Iraqi-U.S. force will be able to defeat the terrorists. Conversely, as Kagan puts it, "A decision to reduce forces based mainly on the number of Iraq light infantry available at any moment would be dangerous and unwarranted. It might well put at risk the success of U.S. efforts, and the millions of Iraqis working in perilous conditions to establish democracy in their country."
And it would put at risk victory in Iraq--our victory in Iraq, the central front in the war on terror--our war on terror.
Even talking about "standing down" as the Iraqis stand up makes success more difficult. A commitment to stand with the Iraqis, on the other hand, offers the prospect of victory.

by William Kristol

Rumsfeld v. Kristol
The Pentagon responds.


In his recent editorial ("Bush v. Rumsfeld," Aug. 15 / Aug. 22), William Kristol thinks that he senses the "inescapable whiff of weakness and defeatism" in the leadership of the Pentagon. This is nonsense.
Kristol thinks that talking about a "struggle against violent extremism" is a step down from the "war on terror." They are one and the same. The president constantly reminds us that this is a new kind of war.
It isn't to diminish the war effort, as Kristol suggests, but to strengthen it, that the president and the secretary of defense describe it as a broad effort against an extremist, "murderous ideology"--one that must involve all the elements of national power.
Kristol also mistakes determination for defeatism in Iraq. "The new administration mantra," he writes, "is that the insurgency can be beaten only politically." This "new mantra" is in fact an elementary principle of modern counter insurgency operations and certainly is the key to success in Iraq. The Iraqi people will defeat the insurgency when they starve it of what it needs most--domestic credibility.
Kristol seems to argue that a political process is not enough and points out that the insurgency survived the successful elections of January 30. By the insurgents' own acknowledgment, their failure to prevent those elections was a major setback. The tally is clearly on the side of the Iraqi people; every political milestone on the road to self-government has been met.
Iraqi self-government will succeed not because of military force, but because of the power of the emerging Iraqi government to persuade Iraqis that there is no more hopeful alternative future than freedom and self-government.
Recent polls show that Sunnis are increasingly turning against the insurgency, with many Sunni leaders acknowledging that the time has come to join the political process. This surely marks yet another setback for the insurgents, whose only program appears to be wanton murder in order to grab headlines.
As the president recently suggested, the insurgents can kill innocents, but they cannot hope for victory. As Iraqi security forces stand up throughout the country, common Iraqis can see that their fathers, husbands, and sons are defending them in their own neighborhoods.
Kristol may think it is defeatist to show confidence in the growing capability of the Iraqi security forces, but the Iraqi people--according to most surveys--do not share that view.

Lawrence Di Rita
Pentagon Spokesman
Washington, DC

Ecco cosa ha combinato William Kristol col suo articolo di ferragosto nel quale metteva Rumsfeld contro Bush circa l'atteggiamento che gli Stati Uniti dovrebbero tenere nel prossimo futuro in Iraq (leggi ritiro graduale o meno delle truppe) e nella comunicazione in generale sulla guerra al terrorismo (leggi usare la parola lotta al posto di guerra).Si è capito dagli eventi prima e dalle press releases poi come sia mutata la linea del Pentagono da allora.
Infatti se scrivevo l'altro ieri del nuovo contingente di rinforzo in partenza per l'Iraq era proprio perchè era evidente come la linea del Presidente avesse prevalso su quella prudente e disfattista del Pentagono.
Ebbene se avevamo ancora qualche dubbio, ci viene chiarito subito dal Pentagono stesso con un secco comunicato stampa in risposta dello sferzante articolo di Kristol.
Si legge tra le righe come bruci la lavata di testa di Bush a Rumsfeld e alla leadership del Pentagono, soprattutto sul come sottolineano stizziti che non ha alcun senso parlare di un senso di debolezza e disfattismo al Pentagono, in risposta al pensiero di Kristol.
Ci ha proprio preso Kristol da come a Washington gli hanno risposto.
E' una risposta che ci spiega fin troppo chiaramente ,una volta per tutte, che chi conduce il gioco abita alla Casa Bianca e che per ora ha deciso di andare fino in fondo alla sfida che ha lanciato 4 anni fa.
Senza troppi fronzoli e carinerie linguistiche per far contenti gli snob europei. Nello studio ovale si vuol sentire a chiare lettere che c'è una guerra da vincere con dei nemici veri da combattere in Iraq oggi con tutti i mezzi e le truppe necessarie. Di rivali politici ce ne sono già d'avanzo per secoli a venire, di certo non ci serve un Pentagono contro.
Lo vogliamo al nostro fianco e con la nostra stessa risolutezza nel portare a termine gli impegni presi. E da oggi ci possiamo contare.

18 agosto 2005

Bush raddrizza il Pentagono, rinforzi in arrivo a Baghdad.

E' una notizia apparsa su qualche agenzia di ieri sera.
Il Pentagono invierà 700 soldati a rinforzo del contingente impegnato in Iraq.
Sono tutti paracadutisti della 82.ma Divisione Aerotrasportata con base a Fort Bragg (North Carolina). La stessa base da dove il Presidente Bush, ricorderete, fece il discorso a fine giugno sui progressi in Iraq e nella guerra al terrorismo.
Le nuove truppe partiranno entro 30 giorni a partire da ieri, e saranno in ferma per 2 mesi.
E' di fatto la vittoria della linea Bush su quella di Rumsfeld su cui scrissi poco tempo fa e a cui diede rilievo William Kristol sul Weekly Standard.
Il Presidente ha capito che il problema non è affatto trovare il modo per portare via il più presto possibile i nostri ragazzi, ma completare il lavoro per mettere al sicuro loro li e noi a casa nostra.
Col bilancio delle perdite USA a 1800, questi rinforzi non sono per nulla insignificanti.
Ritirare gradualmente le truppe come sosteneva il Pentagono avrebbe soltanto esposto le sempre meno truppe a sempre maggiori rischi e perdite in vite umane, americane e irachene. Con l'aumento delle truppe aumenterà invece la sicurezza e si potrà meglio portare avanti la lotta ai ribelli sadamiti e ai militanti di Al Qaeda in Iraq che già stanno vacillando sempre più. Si calcola che Al Zarqawi abbia a disposizione solo più 2000 uomini circa e non tutti permanenti (quelli sempre a disposizione sarebbero 700 circa) e i numeri continueranno a scendere man mano che la Coalition of the Willings riuscirà a risalire e distruggere tutti i livelli delle milizie terroriste e a fermare il flusso di combattenti esteri dai confini siriani, giordani e iraniani che,con meno truppe, di certo non sarebbero meglio controllati.
Se a questo aggiungiamo che il processo democratico non si ferma e sperando che andrà a buon fine, possiamo essere solo felici di questa notizia.

16 agosto 2005

Zogby la spara grossa su McCain.

Manca ancora un bel po' prima delle elezioni di medio termine per la corsa al Senato del 2006, ma già il dibattito all'interno dei comitati e anche nella blogosfera(per la verità solo quella left-winged) si fa caldo circa le nominations per le ancor più lontane presidenziali del 2008.
Ho scelto di attenermi a dei sondaggi fatti da Zogby America.Capirete perchè.
Tanto per intenderci la stessa agenzia che, citata da Rutelli la sera del 3 novembre 2004 a Porta a Porta nella speranza di veder vincere Kerry, dava al candidato democratico buon margine su George W. Bush attraverso criptici quanto balzani sondaggi dell'ultimora fatti su un aereo, su campioni ridicoli e su sentiti dire.
Ovviamente in Italia presero tutto per oro colato,da bei provincialotti come al solito,e in men che non si dica il mattino del 4 novembre tutti con le pive nel sacco,o meglio con le bandiere arcobaleno ritirate, perchè il Presidente Bush aveva vinto, anzi stravinto con margini cosi ampi nelle preferenze popolari da dover risalire a presidenze storiche per trovare precedenti.
Insomma, quel che si dice una mazzata.
Visto le premesse ,quindi, la scelta di Zogby sembra stupida e dandy ma, per non esser tacciato da qualche benpensante di rifilare sondaggi preconfezionati da campagna lettorale ho preferito lasciar stare quelli di Fox News, e per darvi un po di questi strani numeri per tastare un po' il polso dei 1000 intervistati da Zogby su tutto il territorio nazionale.
Ovviamente è pretestuoso e li riporto solo per arrivare ad altre conclusioni.
Ebbene, se si votasse ora, il Senatore dell'Arizona, ipotetico candidato GOP, John McCain, la spunterebbe sull'altrettanto ipotetico candidato Dems, Hillary Rodham Clinton, col 54% delle preferenze sul 35% della ex First Lady.
Uno scarto assurdo di ben 19 punti, roba da lasciar perdere la campagna elettorale e stappare già lo champagne.
Probabilmente il simpatico liberal dandy Zogby ci ha provato proprio per questo,anche stavolta. Nemmeno George Bush ha mai avuto preferenze cosi elevate, ricordo il massimo di undici punti all'indomani della straordinariamente riuscita Convention Repubblicana di New York City, di cui conservo ancora le copie dei discorsi.
Il sondaggio prosegue e sempre con le stesse assurde cifre. McCain batterebbe ancora John Kerry di ben 20 punti col 55% contro 35%. E questi sono i dati sull'intero territorio nazionale,il sondaggio prosegue sugli Stati vinti da Bush dove i dati diventano davvero da ridere, roba da margini di 25-30 punti.
Insomma, a parte la ovvia difficoltà per chiunque di fare sondaggi a 3 anni di distanza con i dati ancora incerti e delle elezioni in mezzo ancora da tenere, i risultati di Zogby ci paiono davvero troppo esagerati e,forse, anche un pochino spinti ,per spingere a sua volta un po di opinione pubblica.
Morale personale della favola. Lasciamo giornalisti, sondaggisti e Dems arrovellarsi su cosa e come fare per superare il consenso che il GOP si è guadagnato a suon di risultati e successi politici.
Noi abbiamo un patrimonio politico che loro non potranno guadagnare con una campagna eletorale.
Ma soprattutto abbiamo la forza per poter condurre il gioco.
We were born to lead, rather than follow. Come direbbe il Presidente.
Sia esso John McCain, Rudy Giuliani,Condi Rice,Arnold (emendamento alla Costituzione permettendo) o altri probabilissimi candidati, per la sfida ai Dems, Bush e Rove avranno sicuramente delle ottime carte per giocarsi al meglio quest'altra corsa.
L'elefantino è rodato e c'è tutto il tempo di metterlo in moto per il 2008.
Per ora dobbiamo fare la Storia non campagna elettorale.

09 agosto 2005

L'importanza di chiamarsi Magdi Allam

"Serve una nuova strategia internazionale e globalizzata che sia scevra da ingenuità e pregiudizi. Non riesco proprio a capire quest'ondata collettiva di irrazionale mitizzazione delle Nazioni Unite. Si vorrebbe far credere che se si facesse sventolare il vessillo dell'ONU a Bagdad, ogni violenza cesserebbe e l'Iraq si trasformerebbe in un paese stabile, pacificato e prospero.
Forse ci si scorda che sono stati i terroristi islamici e saddamiani a costringere l'ONU a ritirarsi dopo aver fatto esplodere il suo quartier generale nella capitale irachena.Probabilmente si ignora il fatto che nei loro documenti strategici sia Al Qaeda sia la sedicente Resistenza irachena hanno chiarito che mai e poi mai acconsentiranno alla presenza di una amministrazione in qualche modo sponsorizzata dall'ONU.
Tutti però dovrebbero ricordarsi i clamorosi e tragici fallimenti delle Nazioni Unite in Palestina,in Bosnia e in Ruanda. Tutti dovrebbero sapere che l'ONU è una scatola vuota, un organismo elefantico iperburocratizzato, corrotto e inefficente. Comunque privo di strumenti militari in grado di attuare le sue risoluzioni.
Ecco perchè mi riesce difficile considerare in buona fede quanti rivendicano a viva voce il passaggio delle forze alleate in Iraq sotto il comando dell'ONU.
Chi vorrebbero alla testa delle forze alleate? Un generale cinese o svedese o nigeriano o colombiano? Per comandare quali forze? E' realistico ipotizzare che 150 mila soldati americani vengano affidati al comando di un non americano? E che cosa accadrebbe se gli Stati Uniti dovessero decidere all'improvviso di ritirarsi o anche solo di ridurre drasticamente il loro contingente militare?Chi ha mai impedito, specie dopo la rioluzione 1511 dell'ONU che legittima la presenza armata alleata in Iraq, il coinvolgimento di altri paesi? Si fantastica sulla partecipazione degli eserciti dei paesi arabi.
Ma se i leader arabi sono perfino incapaci di riunirsi allo stesso tavolo!
E quando ci riescono, i loro vertici falliscono tra litigi e gli insulti.
Basta con la mitizzazione della realtà.
Basta con i pregiudizi e i luoghi comuni. Liberiamoci dalle gabbie culturali e ideologiche che ci impediscono di confrontarci con la realtà per come è, non per come la vorremmo.
L'importante è prendere finalmente coscienza del fatto che siamo in guerra. Che c'è una guerra scatenata dal terrorismo contro l'Occidente e il mondo libero. Che è una guerra che si può e si deve vincere. Con il coinvolgimento di tutti, compresa la maggioranza dei musulmani che condivide i valori fondanti della nostra umanità.
L'Occidente e il mondo libero non hanno alternative: o accettano la sfida lanciata dal terrorismo o finire per capitolare.
O si faranno promotori di una storica riscossa per salvare se stessi e la propria civiltà, o si rassegnerenno a un inesorabile suicidio."



Queste parole sono prese dalle ultime due pagine del libro di Magdi Allam "Kamikaze made in Europe" edito da Mondadori.
Le ho volute ricordare per far capire a chi il buon Pisanu dovrebbe pensare quando parla di una fantomatica e bislacca Consulta Musulmana Italiana.
Gli unici interlocutori "moderati" dell' Islam sono persone come Magdi Allam che amano la Libertà e i paesi che la fanno regnare al loro interno tramite la democrazia liberale (qui l'Italia perciò è tecnicamente esclusa,scusate lo sfogo polemico), e che laicamente sappiano parlare con l'Occidente non da stranieri che si vogliono distinguere, ma da persone normali come tutti noi che condividono i nostri stessi ideali di Libertà per ogni popolo.
Certo non se ne trovano molte di persone cosi, e le poche che ci sono devono girare sotto scorta permanente come in questo caso.Quindi attendiamo pazienti o impazienti nella speranza che persone come Magdi Allam vengano ascoltate anche a livelli un po' più elevati e di peso di un pur sempre rispettabilissimo speciale del TG La7.
Ad ogni modo, mi permetto di dire la mia soltanto su due punti che Allam tocca e a cui io vorrei qualche chiarimento in più. Mi chiedo infatti a cosa esattamente si riferisca quando parla del coinvolgimento nella guerra al terrorismo della "maggioranza dei musulmani che condivide i valori fondanti della nostra umanità", perchè la lunga descrizione mi lascia il sospetto che neanche lui sappia bene a chi si riferisca quando ne parla, e perchè i "valori fondanti della nostra umanità" possono voler dire molte cose ed essere interpretate molto ampiamente.
Triste esempio è la legge islamica sui diritti dell'uomo accettata dall'ONU.
In secondo luogo vorrei capire anche cosa intende precisamente quando scrive "l'Occidente e il mondo libero", perchè nello scenario internazionale contemporaneo le due cose non si scindono affatto. Le poche eccezzioni di democrazie e paesi fondati su libertà non legate all'Occidente sono il risultato di dirette influenze occidentali passate, mi riferisco per per esempio all'India o al Giappone.
E siccome personalmente ritengo che questi altri paesi democratici siano de facto da inserire nella definizione di Occidente, se non altro nella definizione che ne danno i terroristi stessi, non capisco a quali altri contesti si voglia riferire o voglia alludere Magdi Allam.
Quindi chiedo anche a voi di aiutarmi a ragionare su questi due "punti caldi" della analisi di Magdi Allam che comunque ritengo ottima,chiara e lucida. Quale la persona che è.

08 agosto 2005

Il Presidente sa che dobbiamo vincere la guerra in Iraq....Rumsfeld no.


Davo la consueta lettura al Weekly Standard per aggiornarmi sul dibattito in quel di Washington e ho deciso di riportare direttamente e interamente,non me ne volete se è lungo, l'articolo di William Kristol circa lo scambio di battute tra il Presidente Bush e il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld riguardo la presunta graduale diminuzione di truppe dall'Iraq e sull'uso della parola guerra quando si parla di lotta al terrorismo.
Ebbene, abbiamo ancora una volta una ragione di più per stare al fianco del Presidente Bush.
Forse Rumsfeld ha parlato un po con Kissinger o con qualche amico "realista" del Dipartimento di Stato,ma quel che è certo è che sembra improvvisamente assalito dalla sindrome,tutta europea, della coda tra le gambe.
Al Dod si sente parlare di ritiro graduale, passaggio di responsabilità e si discute sulla non opportunità di continuare ad usare la parola "guerra" quando si parla war on terror.
Il Presidente Bush ovviamente ha subito replicato e,per il momento, chiuso la questione parlando in un discorso in Texas e ricordando,quasi martellando, su come siamo in guerra dall'11 Settembre e che questa guerra la si vince con la determinazione e chiamando le cose con il loro nome al momento giusto.
Ricorda il Presidente, in Iraq non dobbiamo trovare al più presto le truppe irachene necessarie per passare loro le nostre responsabilità, ma dobbiamo noi sconfiggere i nemici nostri e degli iracheni ora che la ci siamo.Più chiaro di cosi si muore,ma oramai lo conosciamo bene il Presidente. Da quando lo ascoltammo le parole del Presidente dalle macerie di Ground Zero in quel discorso che non riesco ancora a riascoltare senza lacrime, sappiamo che ha capito la strada da fare e ce l'ha ben chiara davanti a sè. Anche noi l'abbiamo chiara quella strada, e non sarà di certo un Rumsfeld sotto pressione a farci correggere la rotta.


Bush v. Rumsfeld
The president knows we have to win the war in Iraq . . . Rumsfeld doesn't.
by William Kristol


LAST WEEK IN THESE PAGES we called attention to the John-Kerry-like attempt of some Bush advisers, led by Defense Secretary Donald Rumsfeld, to abandon the term "war on terror." These advisers had been, as the New York Times reported, going out of their way to avoid "formulations using the word 'war.'" The great effort that we had all simplemindedly been calling a war was now dubbed by Rumsfeld the "global struggle against violent extremism." And the solution to this struggle was, according to Richard Myers, chairman of the Joint Chiefs of Staff, speaking here as Rumsfeld's cat's-paw, "more diplomatic, more economic, more political than it is military."

Now, it is of course true enough that the "war on terror" isn't simply a military struggle. What war is? There is a critical political dimension to the war on terror--which the president, above all, has understood.That's why he has placed such emphasis on promoting liberal democracy. But there is also, to say the least, a critical military dimension to this struggle. And President Bush sensed that this Rumsfeldian change in nomenclature was an attempt to duck responsibility for that critical military dimension.

The president would have none of it. This past Monday, announcing John Bolton's recess appointment as U.N. ambassador, the president went out of his way to say that "this post is too important to leave vacant any longer, especially during a war." That same day, at a high-level White House meeting, President Bush reportedly commented, with some asperity, that no one had checked with him as to whether he wanted to move beyond the phrase "war on terror." As far as he was concerned, he reminded his staff, we are fighting a war. On Wednesday, speaking in Texas, the president used the word "war" 15 times, and the phrase "war on terror" five. "Make no mistake about it," the president exclaimed, "we are at war. We're at war with an enemy that attacked us on September the 11th, 2001. We're at war against an enemy that, since that day, has continued to kill." And on Thursday, in case his advisers hadn't been paying attention, the president said it one more time: "We're at war."

So we are. And Iraq is, as the president said Wednesday, "the latest battlefield in the war on terror." It is also the central battlefield in that war. And so, the president added, "I hear all the time, 'Well, when are you bringing the troops home?' And my answer to you: 'As soon as possible, but not before the mission is complete.'" As the president said Thursday, "We will stay the course. We will complete the job in Iraq."

Or will we? The president seems determined to complete the job. Is his defense secretary? In addition to trying to abandon the term "war on terror," Rumsfeld and some of his subordinates have spent an awful lot of time in recent weeks talking about withdrawing troops from Iraq--and before the job is complete.

Until a few months ago, Bush administration officials refused to speculate on a timetable for withdrawal from Iraq. They criticized those who did talk about withdrawing, arguing that such talk would encourage the terrorists, discourage our friends, and make it harder to win over waverers who wanted to be assured that we would be there to help. The administration's line was simply that we were going to stay the course in Iraq, do what it takes, and win.

The president still tends to say this. But not Defense Department civilian officials, who have recently been willing to indicate a desire to get out, and sooner rather than later. After all, Rumsfeld has said, insurgencies allegedly take a decade or so to defeat. What's more, our presence gives those darned Iraqi allies of ours excuses not to step up to the plate. So let's get a government elected under the new Iraqi constitution, and accelerate our plans to get the troops home. As Rumsfeld said Thursday, "once Iraq is safely in the hands of the Iraqi people and a government that they elect under a new constitution that they are now fashioning, and which should be completed by August 15, our troops will be able to, as the capability of the Iraqi security forces evolve, pass over responsibility to them and then come home." The key "metric" is finding enough Iraqis to whom we can turn over the responsibility for fighting--not defeating the terrorists.

As Newsweek reported last week: "Now the conditions for U.S. withdrawal no longer include a defeated insurgency, Pentagon sources say. The new administration mantra is that the insurgency can be beaten only politically, by the success of Iraq's new government. Indeed, Washington is now less concerned about the insurgents than the unwillingness of Iraq's politicians to make compromises for the sake of national unity. Pentagon planners want to send a spine-stiffening message: the Americans won't be there forever."

But not-so-well-hidden under the pseudo-tough talk of "spine-stiffening" is the inescapable whiff of weakness and defeatism. Rumsfeld either doesn't believe we can win, or doesn't think we can maintain political support for staying, or doesn't believe winning is worth the cost. So we're getting out, under cover of talking about how "political progress is necessary to defeat the insurgency."

It's of course true that political progress in Iraq is important. And the political progress is heartening. But political progress is not sufficient to defeat the insurgency. There has been no more impressive example of political progress than the January 30 elections. But the insurgency continues.

Furthermore, how likely is political progress if everyone in Iraq decides we're on our way out? The talk from the Defense Department about withdrawing troops from Iraq is doing damage to our chances of political and military progress. The more we talk about getting out, the more our enemies are emboldened, our friends waver and hedge their bets, and various factions decide they may have to fend for themselves and refuse to commit to a new Iraqi army or government.

The fact is that political progress needs to be accompanied by an effective military counterinsurgency. And no matter how good a job we are now doing in training Iraqi troops, it is inconceivable that they will be ready to take over the bulk of the counterinsurgency efforts in the very near future. Further, if an Iraqi troop buildup is accompanied by an American force drawdown--as unfortunately even the president suggested Thursday ("As Iraq stands up, our coalition will stand down")--then we will be able at best to maintain an unacceptable status quo. More likely, since Iraqi troops won't be as capable as American ones, the situation will deteriorate. Then the insurgency could become a full-fledged guerrilla war, inviting a civil war--and we would be faced with a choice between complete and ignominious withdrawal or a recommitment of troops.

The only responsible course is to plan on present troop levels for the foreseeable future and to build up Iraqi troops, so as to have enough total forces to win--to provide security, take the fight to the enemy, reduce infiltration on the borders, and so forth. What the president needs to do now is tell the Pentagon to stop talking about (and planning for) withdrawal, and make sure they are planning for victory.

The president knows we have to win this war. If some of his subordinates are trying to find ways to escape from it, he needs to assert control over them, overrule them, or replace them. Having corrected the silly effort by some of his advisers to say the war on terror is not fundamentally a war, he now has to deal with the more serious effort, emanating primarily from the civilian leadership in the Pentagon, to find an excuse not to pursue victory in Iraq. For if Iraq is the central front in the war on terror, we need to win there. And to win, the president needs a defense secretary who is willing to fight, and able to win.

--William Kristol

07 agosto 2005

Hiroshima e il sottomarino incagliato...per la serie son tornato proprio a casa!

Sono tornato dalle mie vacanze estive...vi saluto tutti quanti e spero anche le vostre siano state belle come le mie o lo saranno presto.
Tre calde settimane in cui comunque sono riuscito a sbollire i bollori che le vicende internazionali provocano in tutti noi, una bella parentesi che però si chiude come ogni anno.
Appena arrivato e già comunque leggo cose in giro che preferirei non dover leggere.
Un solo esempio su come in italia si è parlato dei 60 dai bombardamenti su hiroshima. Sul corriere ho visto in prima la frase "Hiroshima spiegabile, Nagasaki un crimine", evidentemente chi ha scritto ciò si è perso qualche lezione di storia o ne ha prese in una scuola italiana.
Quel che è certo è che mi son suonate nelle orecchie le stesse litanie antiamericane di sempre e ho avuto la sensazione che si volesse finire sempre là con la notizia, non si scappa, gli europei sono troppo accecati dall'odio per Bush per far caso ad altre notiziucole come lo stop dei negoziati a Pechino della Corea del Nord e,ancor peggio, del rifiuto del dialogo con l'Unione Europea (si la conoscete, è quella con la bandiera arcobaleno) del Presidente dell' Iran sull'armamento atomico.
Mah come ritorno non c'è male, di cambiato non c'è nulla, as usual.
Meglio pensare all'estate, vi auguro ancora riposo e divertimento.
Saluti stelle e strisce a tutti quanti!