14 aprile 2006

Riscatto dei Liberisti?

Vi propongo la magnifica analisi post voto da parte dell'ormai leggendario liberista Oscar Giannino che, sul Riformista, ci spiega come il voto potrebbe avere una grossa valenza o comunque rappresentare una enorme spinta delle idee liberiste nel Belpaese. Io raccolgo il suo entusiasmo e le sue speranze e vi propongo le sue parole, che sottoscrivo.

Vi spiego perché la metà degli italiani ha voluto ridare fiducia al Cavaliere

da Il Riformista del 13 aprile 2006, pag. 2

di Oscar Giannino

C’è qualcosa che manca ancora, nell'analisi di quei venti milioni di voti andati al centrodestra italiano. Qualcosa che va ben al di là della battaglia contro Berlusconi che torna a impregnare le dichiarazioni di Romano Prodi nel dopo voto, come insegna e insieme principio ordinatore di un governo che egli intende - è comprensibile - far discendere assai più dalle proprie volontà che dai partiti dell'Unione. L'antiberlusconismo è stato e resta collante potente. Il 48,9% di voti dipende in larga misura da quello. Ma il 48,7% speculare del centrodestra non è affatto la difesa della "roba" di Berlusconi, né tanto meno la lunga durata del rimbambimento indotto dalle sue tv. Quando nel centrosinistra e nei grandi giornali che le sono vicini la si pianterà con questo topos, sarà sempre troppo tardi. Al contrario, per noi poveri liberisti mosche bianche, quella metà del paese accorsa alle urne, quel Nord che dal Piemonte al Friuli torna a respingere il centrosinistra, ha un significato che suona come una incredibile manifestazione di vitalità, è un patrimonio di valore straordinario.

Quel voto a noi poveri liberisti dice grandi cose, se solo se ne vorrà e saprà tenere conto. E sarebbe bene che anche il centrosinistra ci facesse responsabilmente i conti. Dice innanzitutto che una straordinaria corsa alle urne si è determinata proprio grazie alla parole d'ordine radicali delle ultime settimane: niente affatto la difesa della "roba" personale di Berlusconi o di ricchi panciuti con monocolo alla George Grosz, bensì in nome di meno tasse, uno Stato più leggero, un'impresa piccola e media che non si riconosce nelle rottamazioni di Stato e nelle deroghe al pensionamento a spese dei contribuenti garantite ai grandi gruppi che si sono ripresa due anni fa Confindustria. Un enorme ceto medio che identifica lo Stato con la qualità dei servizi offerti in cambio delle tasse estorte, non con il numero di posti pubblici garantiti nella scuola, nelle università e negli ospedali. Gente che ha anche molto poco, ma crede che l'ascensore sociale si attivi premiando il merito e consentendo alle famiglie di scegliere tra più offerte in concorrenza a prezzi calanti e non a tutela dei monopolisti, dal gas ai telefoni all'energia, e voucher alla mano per dare i soldi pubblici a chi lo merita, dalla scuola ai reparti ospedalieri pubblici e privati in concorrenza.

I numeri dicono, sia pur risicatamante, che Prodi non ha commesso un errore, puntando i piedi sulla tassazione di Bot e plusvalenze e sull'imposta di successione nelle due ultime settimane di campagna elettorale. Il suo è stato un arrischiato calcolo razionale: la somma di chi paga più imposte vince quella di chi ne paga meno, e ha puntato a farne coalizione promettendo ai primi di alzare il prelievo ai secondi: vedi l'innalzamento dell'aliquota sulle obbligazioni pubbliche e private, oppure dei contributi agli autonomi e parasubordinati rispetto ai lavoratori dipendenti. L'altra metà netta del paese che si è mobilitata contro, il Nord che è tornato a votare dal Piemonte al Friuli dall'altra parte, non è la reazione di milioni di burattini berlusconiani: è la volontà di battersi perché laddove lo Stato prende in maniera disomogenea tra lavori e cespiti diversi, allora bisogna lavorare ad abbassare il prelievo più alto verso quello più basso, e non viceversa. E' l'enorme serbatoio per una grande battaglia a favore della scelta degli individui e del mercato, contro le collettività e la mano pubblica: è un mercato richiesto non a vantaggio di chi ha già di più, ma per moltiplicare le chanche di chi ha di meno. E' la battaglia per più reddito e consumi di chi pensa che sia logico e naturale, che chi organizza il consenso dei dipendenti pubblici e delle grandi imprese collusive si batta per avere più denaro pubblico da spendere. Ma pensa invece che solo levandogliene di mano, costruisce per sé e per i propri figli una società in cui si sceglie di più e meglio dal basso, piuttosto che collettivamente dall'alto.

Continuare a tenere acceso il motore della speranza di questo grande sogno liberista sta a tutti noi che la pensiamo così e che non stiamo in politica. Non so se i politici del centrodestra saranno all'altezza di questa nuova ondata di speranza riposta in loro, dopo che nei tre anni precedenti, tra traccheggiamenti e lotte intestine, l'avevano copiosamente delusa. Anzi, per molti versi ne dispero: Berlusconi se li è dovuti scrollare di dosso e tornare a dar retta sulla tasse a Tremonti, nelle due ultime settimane, per la chiamata alle urne poi riuscita. Ma i Formigoni e i Casini e i Fini di testa ne hanno: quel 50% li obbliga non solo stare insieme, ma a ragionare di fino. Oltretutto, slogan e obiettivi per individuo e mercato non significano affatto una politica avventurista e istituzionalmente irresponsabile, a scanso di equivoci. Non è la filibusta liberista, quel che serve. Ma una gravità occidentale indisponibile a trattare sui principi, anche se magari gradualista nelle soluzioni visto che l'Italia sta come sta.

Una cosa è sicura: per noi liberisti impolitici, c'è molto da fare. Articoli, libri, conferenze, opuscoli. Iniziative con le imprese che sono fuori dal circuito della grande collusione monopolista di Stato. Confronti serrati con quella - più ampia di quel che si creda - parte del sindacato che ha capito da anni, che il vecchio modello non tiene. E anche parlare in questi stessi termini ai tanti amici che abbiamo a sinistra e che continueremo a stimare qualunque cosa avvenga: perché quella metà dell'Italia parla anche a loro, e se lo ricordino ogni volta che in un provvedimento di governo dovranno scegliere tra la via di Tony Blair e quella di Tony Benn.

UPDATE: L'auspicio di Giannino sembra dare già qualche frutto sulla rete. Arturo Diaconale annuncia il progetto NeoLib su L'Opinione e darà spazio al movimento lanciato da Jinzo ogni Venerdi sul giornale per dare risalto a questo sforzo Liberale Liberista Libertario.
Invito tutti a dare risalto alla notizia e al progetto NeoLib, mettete il banner sui vostri siti!
Viva NeoLib!

Stupenda intervista di Benedetto Della vedova al Foglio.

6 Comments:

Blogger semplicemente liberale said...

Stare all'opposizione ha questo vantaggio: riorganizzarsi e diffondere idee. E' la sfida più grande per i liberali. Ma anche la più urgente.

4:44 PM

 
Blogger GeorgeWalker said...

si infatti Daniele, penso che possa fare bene stare all'opposizione in questo momento.stanno fiorendo ed emergendo le istanze liberali che credevamo non esistessero nemmeno più e c'è bisogno di un po di tempo per consolidarle,magari anche ad alti livelli.Il progetto NeoLib di Jinzo è partito alla grande e raccoglie consensi giorno dopo giorno e il fatto di avere eletto Della Vedova potrà essere un incentivo a sforzarsi per fare emergere un movimento liberale e liberista più corposo e consistente che speriamo appena possibile possa darci rappresentanza anche a livello politico nazionale.
Serve uno sforzo di tutti noi.
Ciao!

5:56 PM

 
Blogger Cathy said...

George: It looks like the political arena in Italy is on fire!

I wish you a very Happy Easter.

12:21 AM

 
Blogger GeorgeWalker said...

Cathy...you damn right.No clear majority and a weak center-left coalition which claims victory but will be unable to lead the country(thank God:).
We are on fire and we cant see no firefighters:)

Happy Easter to you and your family too:)

1:04 PM

 
Anonymous Anonimo said...

Associazione Culturale liberi di Scegliere Via Voltolina Meio 30 25124 Brescia Tel 030-2421214 fax, fax 3543696
www.liberidiscegliere.org
Caro amico, veda di approfondire questo argomento; e se lo trova interessante lo inoltri alle sue conoscenze. Ho letto in questi giorni sulle pagine economiche di alcuni giornali come nessun paese della Comunità europea sia in condizione di rispettare i parametri del disavanzo pubblico. Per giunta, in forma più o meno velata tutti i paesi chiedono il superamento del vincolo del 3% di sfondamento della spesa. La verità è che, in Italia come altrove, lo Stato assorbe una montagna di denaro (pari circa alla metà di quanto la società produce), ma ne destina solo una parte limitata al finanziamento di quelle attività che in genere si considerano come tipiche del governo: contrastare la criminalità e organizzare la difesa, amministrare la giustizia, aiutare coloro che non sono in grado di sostenersi autonomamente. In effetti solo il 3% del bilancio italiano è per la difesa, meno dell’1% serve alla giustizia e meno del 3% è destinato alle pensioni sociali e agli invalidi. La domanda sorge allora spontanea: dove va il restante 91% delle risorse che lo Stato italiano incamera? La quasi totalità del bilancio pubblico, in effetti, è sprecato per servizi che sarebbero molto meglio gestiti da agenzie private in concorrenza tra loro. Questo dimostra che la classe politico-burocratica ci tratta come bambini, incapaci di provvedere a noi stessi. Non ci consente di destinare ad una mutua privata i soldi per la salute; ostacola lo sviluppo di un sistema educativo davvero pluralistico ed effettivamente posseduto dalle famiglie (dai consumatori); non ci consente di optare per una pensione autonoma (e ci costringe a buttare miliardi nel gran calderone dell’Inps). E via dicendo. Oltre a ciò, la voracità dello Stato si appresta a fare un grande salto di qualità. Già da qualche anno, infatti, sono in vigore alcuni parametri in base ai quali secondo il fisco ogni impresa deve per forza guadagnare una cifra prestabilita e, quindi, deve pagare le tasse su quell’importo. Se per qualche motivo le cose sono andate diversamente bisogna saper dimostrare di non aver guadagnato; ed è interessante notare come in questo caso le scritture contabili non contino molto e, quindi, non sempre sia facile dimostrare di avere avuto redditi modesti o, addirittura, perdite effettive. Queste nuove disposizioni, unite alle esigenze crescenti della spesa pubblica, pongono quindi le premesse per un livello di voracità fiscale mai raggiunto in tutta la storia. Per di più questa sfrontatezza delle richieste fiscali si associa ad un quadro generale desolante: con tempi di spostamento che sono raddoppiati (a causa di un sistema viario da Terzo Mondo), con una burocrazia cartacea da Inquisizione (si pensi che, solo per fare un esempio, un ristoratore deve ogni giorno annotare su un registro la qualità del detergente con cui pulisce i tavoli; e se la registrazione è fatta in ritardo partono multe dai venti milioni di lire in su). È chiaro che questo sistema piace ai burocrati, dal momento che giustifica la loro esistenza. Piace da morire anche ai politici, perché finisce per consegnare nelle sue mani quasi tutti i problemi della comunità. Per costruire una simile macchina statale, che divora la metà delle nostre risorse e delle nostre libertà, c’è voluto però molto tempo. Basti ricordare che un secolo fa in tutti i Paesi sviluppati il fisco prelevava all'incirca il 10% del prodotto interno; oggi quel prelievo è quintuplicato.Questo processo si è per giunta sviluppato in maniera quasi costante: attraverso regimi autoritari e democratici, di sinistra o di destra, liberali o socialisti, laici o democristiani, monarchici o repubblicani, conservatori o laburisti. La situazione, allora, è molto pericolosa, perché il rischio è che oggi uno Stato “democratico” possa riuscire a fare ciò che il comunismo, con il suo sistema brutale, non è stato in grado di realizzare. Già oggi, d’altra parte, molte attività che in teoria sono “private” vengono di fatto gestite dall’apparato statale. Lo stesso gestore del ristorante obbligato a compilare registri su registri, ad esempio, non è libero di rifiutarsi di servire persone poco raccomandabili e qualche volta non è nemmeno in condizione di licenziare qualche dipendente di cui non si fida. Alla luce di tutto ciò, è necessario riflettere sull’assurdità della situazione in cui ci troviamo. Ormai è chiaro che noi non abbiamo affatto bisogno della politica, mentre sono i politici che hanno bisogno di noi per poter esercitare il loro potere e disporre delle nostre risorse. È giunto quindi il momento che gli uomini politici facciano un passo indietro e lascino ai cittadini la libertà di provvedere a se stessi nel miglior modo. Lo stato deve limitarsi a operare come un semaforo, vietando solo ogni aggressione alle libertà altrui e lasciando il massimo di libertà per le decisioni che le persone autonomamente prendono. Forse è troppo tardi, ma continuo a nutrire fiducia nell’umanità, che è riuscita ad uscire da enormi tragedie causate in passato dai politici (basti pensare alle guerre mondiali, con i molti milioni di morti che le hanno accompagnate). Però bisogna essere vigili e soprattutto bisogna saper reagire quando il presidente della Commissione europea, ad esempio, afferma che l’Europa deve contare di più nel mondo. Sono infatti parole che mettono i brividi e ci riportano alla mente la politica che ha preceduto la Seconda Guerra, con i risultato catastrofici che ben conosciamo. Lo Stato ha insanguinato l’intero Novecento e ha costruito schiavitù di vario genere. Non dimentichiamolo mai. Per saperne di più Clicca qui: www.liberidiscegliere.org Cordialmente Giuseppe Quarto Coordinatore nazionale “Liberi di scegliere”
www.liberidiscegliere.org

4:15 PM

 
Blogger GeorgeWalker said...

Grazie per la segnalazione,verrò a visitarvi al più presto.

5:50 PM

 

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