09 giugno 2006

Quando la follia ideologica diventa sfacciatamente vergognosa.

Non c'è bisogno di commentare la squallida e vergognosa visita di Oliviero Diliberto, leader dei Comunisti Italiani, all'Ospedale Militare del Celio, dove riposava il corpo del soldato Alessandro Pibiri. La famiglia dimostra onore in un momento drammatico, quello che dimostra Diliberto è meglio non commentarlo, tanto è ignobile.
Riporto l'articolo integrale che consiglio di leggere.

ROMA - Arriva anche in anticipo Oliviero Diliberto. Manca un quarto d’ora all’apertura della camera ardente quando il segretario dei Comunisti italiani si presenta - giacca nera, occhiali scuri - davanti all’ospedale militare del Celio. «Sono d’accordo con il papà del soldato ucciso: quando andiamo via dall’Iraq?», dice guardando dritto nella telecamera prima di stringere le mani agli amici di Alessandro Pibiri arrivati dalla Sardegna e adesso in fila qui, sotto il sole. Ecco, forse tutto si spiega con questa sicurezza, questa sensazione di giocare in casa: sardo fra i sardi, pacifista fra i pacifisti. Pronto a ripetere il suo invito per un ritiro immediato, senza se e senza ma.
E invece quando Diliberto supera quel cancello e sale la scalinata che porta alla piccola cappella del Celio, ancora chiusa al pubblico, succede qualcosa che proprio non si aspettava.
La bara è lì davanti all’altare, coperta dal Tricolore, il cappello e le medaglie sopra il cuscino di velluto nero. «L’ho sempre detto che non dovevamo andare in guerra...», dice ai familiari. È a questo punto che il fratello maggiore di Alessandro - Mauro Pibiri, 30 anni, ex militare - lo interrompe: «Ma cosa sta dicendo? Mio fratello laggiù era andato per aiutare gli iracheni, non per fare la guerra. Lei cosa ne sa?», gli urla in faccia.
Cala il gelo. I parenti calmano il ragazzo, il papà della fidanzata di Alessandro lo prende da parte. Diliberto si avvicina alla bara, si ferma in silenzio. Poi esce, meno voglia di parlare rispetto a prima.
Dopo mezz’ora tocca al fratello del caporale morto uscire sul piazzale. «Lo sappiano tutti - dice - destra, sinistra e centro: i nostri militari in Iraq hanno portato l’acqua, la luce, aiutano le imprese a ricostruire. E tutto questo per smentire un politico di estrema sinistra che è venuto a dire di fronte al cadavere di mio fratello che non si doveva andare in guerra». Il nome di Diliberto non lo fa, ma basta davvero poco per capire, basta parlare con chi ha visto quella scena dietro il cancello.
Il ragazzo insiste: «Io che sono un ufficiale in congedo so cosa vogliono dire le stellette, non è vero che possono averle tutti, uno deve sentirselo dentro». I soldati del picchetto d’onore annuiscono, come gli addetti al cerimoniale che lo hanno accompagnato fuori. «Il mio papà - continua - ha detto che i soldati devono tornare a casa? È vero, ma ha parlato come genitore in un momento di disperazione, anche lui sa che i nostri militari laggiù stanno facendo del bene». Papà Marco non ha voglia di parlare: lui è nella camera ardente a piangere vicino al corpo di suo figlio. A stringere le mani dei politici che arrivano qui nel pomeriggio, dal ministro Arturo Parisi al presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. A far finta di guardare quei romani che (molti meno che in altre occasioni) sono venuti a dire addio a questo ragazzo che non conoscevano. Lontano dal Celio Diliberto non ha voglia di replicare: «Ho troppo rispetto per la morte di questo ragazzo e per il dolore dei familiari», si limita a dire.
Qui all’ospedale militare, direttamente da Ciampino, arrivano i quattro feriti che erano con Pibiri su quel VM90 saltato in aria a cento chilometri da Nassiriya: Manuel Pilia, Fulvio Concas, Luca Daga, Yuri Contu. «Se gli chiedono di tornare in Iraq - dice Francesco Daga, padre di uno di loro - lui ci andrà». Le condizioni dei quattro soldati non preoccupano. Sembra davvero l’unica buona notizia della giornata.