13 novembre 2006

Why We Lost

Ho letto molte analisi post voto che spiegano o cercano di spiegare le molteplici cause della pesante sconfitta dei Repubblicani settimana scorsa, tutte incentrate sullo scalpore degli scandali sessuali e di corruzione nel partito durante gli ultimi due anni e ovviamente sulla conduzione della campagna irachena dopo la caduta nel 2003 del regime di Saddam.
Poca attenzione è però stata posta sul tema dell'economia ed è per questo che trovo particolarmente interessante l'analisi di Pat Toomey, presidente del "Club for Growth", un'organizzazione che è interessata nella sensibilizzazione di tematiche riguardanti le libertà economiche.
L'analisi si focalizza su come i Repubblicani, una volta arrivati a Washington, si siano trasformati lasciandosi alle spalle il marchio di partito del governo limitato, finendo col diventare del tutto simili ai Democratici di cui hanno sempre criticato la smania ideologica di spesa pubblica.
Questo cambiamento gli Americani lo hanno notato.
A domande come "quale partito è migliore sull'eliminazione delle spese inutili" e come "qual'è il partito del grande governo" gli elettori ascoltati hanno in maggioranza risposto in modo avverso ai Repubblicani e tendenzialmente hanno posto la loro fiducia sui candidati Democratici.
Il punto è che i Repubblicani sembrano aver gettato via l'immagine, faticosamente guadagnata lungo gli ultimi 10 anni, del partito rigoroso sulla spesa e incisivo nel tagliare le tasse: un danno di immagine che spiega perchè abbia perso cosi largamente anche in molti seggi chiave ritenuti difficili da perdere.
Alla domanda se avessero preferito candidati che tagliassero la spesa e le tasse 2 elettori su 1 risposero affermativamente, e proprio in quei distretti dove fu posto il quesito hanno vinto candidati Democratici.
Questi, sommati, sono segni molto eloquenti di come i Repubblicani, con la condotta molto bassa adottata a Washington, abbiano di fatto dilapidato un capitale politico consolidatosi negli anni e che sono finiti per pagare pesantemente in queste elezioni.
Per questo motivo non ritengo che il tema Iraq abbia avuto quel ruolo centrale che in Europa si attribuisce (d'altronde è ovvio che in Europa fosse attribuito a quello, visto che il dibattito sugli Stati Uniti va a braccetto con l'Iraq al di qua dell'Atlantico, perciò niente di nuovo), laddove invece ha avuto un peso decisivo il calo di fiducia nel partito dell'elefantino non più visto come il partito del governo limitato.
Se la maggioranza repubblicana avesse reso permanenti i tagli fiscali chiesti incessantemente da Bush quest'estate, probabilmente la partita elettorale sarebbe andata diversamente, come evidenziano molti sondaggi.
Toomey ricorda come nel 1994 i Repubblicani conquistarono la maggioranza offrendo alla gente un'idea, manifestata con una promessa. L'idea era il governo limitato. La promessa era il contratto con l'America. Non sono mai andati vicini a mantenere la promessa, e quando hanno abbandonato quell'idea, il popolo Americano ha abbandonato loro.
Infine, sulla politica estera, vorrei rammentare a tutti i lettori italiani come la proposta politica del Presidente Bush durante la campagna elettorale del novembre 2000 prevedeva un forte sostegno economico e politico all'America Latina, specialmente al Messico, e una riduzione dei coinvolgimenti statunitensi in azioni militari di esportazione della democrazia e di altre attività militari. Tuttavia, dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001, l'amministrazione ha cambiato registro e si è concentrata soprattutto sulla questione mediorentale.
Queste sono informazioni che potete trovare facilmente sul web se non avete memoria della campagna del 2000 tra Bush e Gore.
Non fu un caso ovviamente se Bush sia diventato "famoso" solo dopo l'11 Settembre 2001 mentre da gennaio a settembre fu semplicemente un buon Presidente repubblicano, come dicevano anche in Europa. Ma la storia cambia tutto e Bush è e verrà ricordato come il Presidente dell'11 Settembre.
Questo sta a significare che se adesso, dopo la sconfitta elettorale, Bush rivede parzialmente la sua linea in politica estera è perchè si è accorto di come diversi esponenti del suo ormai passato gabinetto, come Rumsfeld, abbiano di fatto negli anni radicalmente spostato la sua personale posizione pragmatica in qualcosa di non consono e tradizionale al partito repubblicano, ma anzi tradizionalemente più tipica dei democratici e dei loro presidenti storicamente più liberali in politica estera, come Kennedy.
Non vorrei perciò trovarmi di qui a poco imbarazzato nel vedere molti qui in Italia assumere una posizione ostile alle "novità" di stampo realista del Presidente Bush mentre gli acerrimi oppositori della politica interventista dell'amministrazione si dicessero invece favorevoli a questa ritrovata linea realista e pragmatica del Presidente in politica estera.
In queste ore, mentre scrivo, alla Casa Bianca, James Baker, Lee Hamilton, Robert Gates e George W. Bush stanno discutendo del "nuovo" approccio pragmatico americano in medio oriente, consistente nella ripresa del timone della politica estera di Washington da parte del Dipartimento di Stato (l'assenza della voce di Condoleeza Rice nel post elezioni è dovuto a questo) invece che del Pentagono come avvenuto sotto Rumsfeld dopo il 2001: ciò significa che politica e diplomazia torneranno a governare le Forze Armate e non viceversa.
Verosimilmente la novità del dopo Rumsfeld sarà il dialogo e il coinvolgimento di Iran e Siria nella questione irachena.
Evidentemente le frequenti e calendarizzate cene di lavoro alla Casa Bianca tra Bush e Kissinger degli anni scorsi hanno finalmente potuto essere spostate dalla tavola da pranzo alla scrivania.
Non possiamo che rallegrarci di questo.