07 dicembre 2006

L'Iraq e il Medio Oriente dopo l'ISG

Il lavoro dell' Iraq Study Group è finalmente stato reso pubblico, e per chi non ne avesse ancora letto il testo finale, peraltro già filtrato questa settimana tramite esclusive di alcuni media, i seguenti sono i passaggi chiave: ritiro delle brigate combattenti entro il marzo 2008, impiego dei soldati rimasti per addestrare gli iracheni e dare la caccia ad Al Qaeda (dai 4000 attuali ai 20000 proposti), pressione su Baghdad affinché affretti la riconciliazione nazionale, iniziativa diplomatica su Iran e Siria, rilancio del negoziato di pace arabo-israeliano. Tutto sotto forma di 79 raccomandazioni alla Casa Bianca come formula propositiva per uscire dalla crisi irachena e rilanciare il ruolo Usa in Medio Oriente.
I giudizi su questo lavoro si sono sprecati, ma all'indomani della presentazione dello sforzo bipartisan di Baker-Hamilton dopo la sconfitta repubblicana alle ultime elezioni ciò che si può ragionevolmente sostenere è che, come oggi scrive Anthony Cordesman per il CSIS, l'elefante ha partorito un topolino.
D'altra parte era difficile aspettarsi più di una via di mezzo tra le proposte dei democratici appena arrivati zelanti al Congresso e i tenaci repubblicani rimasti delusi dalla pesante sconfitta: in altre parole, è ciò che una commissione bipartisan è chiamata a fare e che regolarmente ha fatto.
Cordesman fa notare come dopo i rimproveri sulla deteriorata situazione irachena e sulla conduzione fallimentare del post-war, qualcosa che hanno fatto più o meno tutti, seguano ben poche proposte concrete e verosimilmente applicabili con successo.La chiave di tutto il report sta nell'introduzione “if the Iraqi government moves forward with national reconciliation.”
Il problema è appunto non tanto quello che si può fare dall'esterno, ma come riuscire a far funzionare un processo interno prettamente iracheno, e su questo il lavoro lascia un grave silenzio.
Ciò che il rapporto fa è semplicemente richiamare il governo iracheno ad affrontare più coraggiosamente le forze che stanno lacerando il paese dall'interno, ma questo è "il trionfo della speranza sull'esperienza", ed infatti è quello che ha fatto l'amministrazione americana sin da dopo le elezioni nel tardo 2005, portando a ben pochi risultati, aggiungo io.
La sola proposta convincente è la richiesta che gli Stati Uniti usino minacce e disincentivi per fare pressione sul governo iracheno ad agire con decisione.
Per quanto riguarda il capitolo diplomazia il maggior punto di frizione resta il probabile dialogo con i vicini mediorientali di cui abbiamo già parlato, e in particolare alle resistenze al negoziato con Siria e Iran in quanto "nemici" Baker ha prontamente fatto notare: «Non abbiamo forse negoziato con l’Iran per stabilizzare l’Afghanistan? Non abbiamo forse negoziato per 40 anni con l’Unione Sovietica quando era il nostro peggiore nemico? Diplomazia vuol dire parlare con gli amici, ma soprattutto dialogare con i nemici», e di questo approccio non possiamo che rallegrarci.
A questo riguardo, Henry Kissinger qualche giorno fa ha auspicato un'azione per stabilizzare il paese piuttosto che ormai inutili sforzi nel tentare di costruire una democrazia compiuta.
Ha poi sottolineato l'obbiettivo di un Iraq confederato in cui il potere sia devoluto ai tre maggiori gruppi etnici in modo che le regioni si possano autogovernare "con una sostanziale autonomia", e alla domanda su come realizzare ciò l'ex segretario di Stato ha precisato che non si tratta di un esercizio di scienza politica, ma che deve riflettere un reale equilibrio di forze e qualche equilibrio di interessi.
Un passo iniziale sarebbe di riunire un "gruppo di contatto" internazionale includendo Iran, Siria e Turchia per cercare di creare uno stabile equilibrio tra le fazioni irachene.
La ragione per cui Kissinger spinge per una conferenza internazionale è che molti stati hanno interesse nell'evitale un Iraq estremista, ad esempio l'Iran non vuole i Talebani in Iraq.
Nessuno ha la bacchetta magica come vediamo, nè l'amministrazione americana nè tantomeno una commissione bipartisan.
Il punto sui negoziati con i vicini iracheni però sembra essere una costante in tutte le analisi, ma non tutti i vicini hanno gli stessi interessi e, ad esempio, paesi alleati agli Stati Uniti come l'Arabia Saudita e l'Egitto avranno verosimilmente molti problemi nel vedere riconoscere da Washington una posizione più rilevate in Medio Oriente agli ingobranti vicini sciiti di Teheran e Damasco.
Per questo la strada di negoziati internazionali allargati che coinvolgano più players non mediorientali, inclusa l'UE e il consiglio di sicurezza ONU, sembra essere la scelta migliore e più saggia, soprattutto per gli interessi americani nella regione nel lungo periodo.
Come scrive bene Zbigniew Brzezinski, oggi l'immediato dilemma è l'Iraq, ma la posta in gioco è il futuro del Medio Oriente.

UPDATE: Consigliata la lettura dell'analisi di Andrea Gilli per Epistemes sulla politica estera americana e sulle sue possibili evoluzioni nel medio-lungo periodo dopo l'Iraq Study Group.

2 Comments:

Blogger BLOG NEWS said...

ognuno è libero di pensare ciò che vuole ,è il bello dell'occidente' mi complimento del tuo blog ti invito a visitare il mio http://newsfuturama.blogspot.com/

12:46 PM

 
Blogger GeorgeWalker said...

ti ringrazio,ciao.

5:05 PM

 

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