Confusione totale sull'Iraq
Leggendo Camillo analizzare le mosse dell'amministrazione americana sull'Iraq e il Medio Oriente devo ammettere di aver strabuzzato gli occhi più volte.
La tesi è più o meno è la seguente: gli idealisti sono buoni e vogliono la vittoria degli Stati Uniti e della democrazia sull'Iraq e sul terrorismo islamico, mentre i realisti (qualunque cosa questa parola significhi nella mente di Camillo) sono cattivi e passano giorno e notte a studiare come mettere bastoni tra le ruote del Presidente e per far ritirare le truppe dall'Iraq sancendo la sconfitta della guerra al terrorismo.
Questa è sostanzialmente la tesi che gran parte dei commentatori idealisti sostengono da anni e su cui si sono intestarditi ancor di più nel dopo voto mid-term che ha visto il Presidente Bush accusare una sconfitta e dare un cambio alla sua proposta sui problemi che gli Stati Uniti affrontano in Iraq e nel mondo in questi tempi tramite la consulta della commissione bipartisan Baker-Hamilton.
Personalmente non mi spiego la ragione per cui si insista ancora sul concetto che per vincere in Iraq non si può scappare o cedere alle pressioni di altre potenze regionali mediorientali.
E' evidente che in ballo non c'è la vittoria o la sconfitta militare degli Stati Uniti in Iraq, dal momento in cui gli Stati Uniti hanno vinto in Iraq rapidamente e onorevolmente già nel lontano aprile 2003, cosa che tutti dovremmo realisticamente ricordare quando si parla di vittoria o di sconfitta militare.
Ciò che è in gioco è la vittoria politica del progetto democratico iracheno.
E la confusione di fondo dei commentatori idealisti è tutta qui: una volta identificato lo strumento militare con quello politico e diplomatico per la risoluzione di tutti i problemi di un paese dopo il crollo di un regime non si capisce più la differenza tra vittoria e sconfitta di quel progetto nel mentre si presentano problemi differenti col passare del tempo.
Ciò che è stato irrealistico è l'aver affidato compiti politici, diplomatici e amministrativi alle forze armate americane anche dopo la vittoria militare delle stesse forze più di tre anni fa.
Il grosso errore dell'amministrazione americana è stato quello di lasciare carta bianca a Donald Rumsfeld al DoD e, cosi facendo, schiacciando il Dipartimento di Stato togliendo ad esso le sue naturali funzioni di gestione della politica estera americana, affidando i due compiti al solo Rumsfeld che con molta inettitudine ha poi gestito la situazione irachena affidando alle forze armate compiti che non gli competono e non gli devono competere.
Il grande errore degli idealisti è stato quindi quello di rimanere affascinati oltremodo dalla retorica anti terroristica globale non cogliendo il grave errore di Rumsfeld, finendo con lo sposare le stesse teorie irrealistiche e, quelle si, perdenti nella gestione dell'Iraq.
Lo scrive molto bene il Senatore Repubblicano del Nebraska Chuck Hagel sul Washington Post di ieri:
"Militaries are built to fight and win wars, not bind together failing nations. We are once again learning a very hard lesson in foreign affairs: America cannot impose a democracy on any nation -- regardless of our noble purpose."
I militari sono fatti per combattere e vincere le guerre, non per stabilizzare e unire nazioni al collasso. La lezione è questa e il Presidente Bush lo ha subito capito rimuovendo Rumsfeld, l'artefice del grave errore, dal suo posto privilegiato.
I compiti che questa amministrazione si è posta sono nobili e continueranno ad essere al centro della politica estera americana anche nei prossimi anni e sotto altre amministrazioni (questa è la componente ideale che Kaplan evoca e che Camillo non comprende), ma la componente realista che è venuta a mancare ha inficiato ormai quel compito in Iraq, perciò bisogna ritrovare la giusta rotta e affidare alle forze armate i compiti che gli sono propri.
La guerra, lo sappiamo, è una prosecuzione della politica con altri mezzi: ora, la guerra è finita è l'abbiamo vinta nel 2003, lo sottolineo.
E' ora che la politica e la diplomazia riprenda il suo posto dopo che problemi e questioni non militari sono stati affidati maldestramente ai generali che hanno onorevolmente svolto un compito che non spettava e non spetta a loro.
La soluzione realistica consiste in questo, non nella resa o nel ritiro come sostengono gli idealisti ancora intrappolati nel ragionamento surreale di Rumsfeld.
Il Presidente Bush se n'è accorto e ha provveduto, toccherebbe ora a coloro che hanno sostenuto soluzioni rivelatesi perdenti adeguarsi alla realtà come ha saggiamente fatto lo stesso Presidente che pretendono di sostenere.
Sullo stesso tema si consiglia la lettura del saggio di Daniele Sfregola.




Il Presidente Bush riparte











