27 novembre 2006

Confusione totale sull'Iraq

Leggendo Camillo analizzare le mosse dell'amministrazione americana sull'Iraq e il Medio Oriente devo ammettere di aver strabuzzato gli occhi più volte.
La tesi è più o meno è la seguente: gli idealisti sono buoni e vogliono la vittoria degli Stati Uniti e della democrazia sull'Iraq e sul terrorismo islamico, mentre i realisti (qualunque cosa questa parola significhi nella mente di Camillo) sono cattivi e passano giorno e notte a studiare come mettere bastoni tra le ruote del Presidente e per far ritirare le truppe dall'Iraq sancendo la sconfitta della guerra al terrorismo.
Questa è sostanzialmente la tesi che gran parte dei commentatori idealisti sostengono da anni e su cui si sono intestarditi ancor di più nel dopo voto mid-term che ha visto il Presidente Bush accusare una sconfitta e dare un cambio alla sua proposta sui problemi che gli Stati Uniti affrontano in Iraq e nel mondo in questi tempi tramite la consulta della commissione bipartisan Baker-Hamilton.
Personalmente non mi spiego la ragione per cui si insista ancora sul concetto che per vincere in Iraq non si può scappare o cedere alle pressioni di altre potenze regionali mediorientali.
E' evidente che in ballo non c'è la vittoria o la sconfitta militare degli Stati Uniti in Iraq, dal momento in cui gli Stati Uniti hanno vinto in Iraq rapidamente e onorevolmente già nel lontano aprile 2003, cosa che tutti dovremmo realisticamente ricordare quando si parla di vittoria o di sconfitta militare.
Ciò che è in gioco è la vittoria politica del progetto democratico iracheno.
E la confusione di fondo dei commentatori idealisti è tutta qui: una volta identificato lo strumento militare con quello politico e diplomatico per la risoluzione di tutti i problemi di un paese dopo il crollo di un regime non si capisce più la differenza tra vittoria e sconfitta di quel progetto nel mentre si presentano problemi differenti col passare del tempo.
Ciò che è stato irrealistico è l'aver affidato compiti politici, diplomatici e amministrativi alle forze armate americane anche dopo la vittoria militare delle stesse forze più di tre anni fa.
Il grosso errore dell'amministrazione americana è stato quello di lasciare carta bianca a Donald Rumsfeld al DoD e, cosi facendo, schiacciando il Dipartimento di Stato togliendo ad esso le sue naturali funzioni di gestione della politica estera americana, affidando i due compiti al solo Rumsfeld che con molta inettitudine ha poi gestito la situazione irachena affidando alle forze armate compiti che non gli competono e non gli devono competere.
Il grande errore degli idealisti è stato quindi quello di rimanere affascinati oltremodo dalla retorica anti terroristica globale non cogliendo il grave errore di Rumsfeld, finendo con lo sposare le stesse teorie irrealistiche e, quelle si, perdenti nella gestione dell'Iraq.
Lo scrive molto bene il Senatore Repubblicano del Nebraska Chuck Hagel sul Washington Post di ieri:

"Militaries are built to fight and win wars, not bind together failing nations. We are once again learning a very hard lesson in foreign affairs: America cannot impose a democracy on any nation -- regardless of our noble purpose."

I militari sono fatti per combattere e vincere le guerre, non per stabilizzare e unire nazioni al collasso. La lezione è questa e il Presidente Bush lo ha subito capito rimuovendo Rumsfeld, l'artefice del grave errore, dal suo posto privilegiato.
I compiti che questa amministrazione si è posta sono nobili e continueranno ad essere al centro della politica estera americana anche nei prossimi anni e sotto altre amministrazioni (questa è la componente ideale che Kaplan evoca e che Camillo non comprende), ma la componente realista che è venuta a mancare ha inficiato ormai quel compito in Iraq, perciò bisogna ritrovare la giusta rotta e affidare alle forze armate i compiti che gli sono propri.
La guerra, lo sappiamo, è una prosecuzione della politica con altri mezzi: ora, la guerra è finita è l'abbiamo vinta nel 2003, lo sottolineo.
E' ora che la politica e la diplomazia riprenda il suo posto dopo che problemi e questioni non militari sono stati affidati maldestramente ai generali che hanno onorevolmente svolto un compito che non spettava e non spetta a loro.
La soluzione realistica consiste in questo, non nella resa o nel ritiro come sostengono gli idealisti ancora intrappolati nel ragionamento surreale di Rumsfeld.
Il Presidente Bush se n'è accorto e ha provveduto, toccherebbe ora a coloro che hanno sostenuto soluzioni rivelatesi perdenti adeguarsi alla realtà come ha saggiamente fatto lo stesso Presidente che pretendono di sostenere.

Sullo stesso tema si consiglia la lettura del saggio di Daniele Sfregola.

17 novembre 2006

Perchè bisogna trattare con l'Iran

Un bel pezzo di Andrea e Mauro sulla situazione irachena e sulle strategie degli Stati Uniti in Medio Oriente dopo le rumorose elezioni di medio termine.
La lettura è vivamente consigliata. Un assaggio:


"Dopo il grande scossone delle elezioni di mid-term tenutesi la scorsa settimana, anche la Casa Bianca ha iniziato a ragionare sull’opportunita’ di trattare con Tehran. Nonostante alcuni tentennamenti, la strada verso il dialogo con gli ayatollah pare essere sempre più vicina, almeno stando ad alcune indiscrezioni.

Al momento sono ancora in molti, dentro e fuori l’amministrazione, ad opporsi ad una tale opzione, ma è ragionevole credere che con il passare del tempo la loro voce diverra’ sempre meno influente. Se non altro perchè le opzioni che costoro propongono non sono realistiche. Conviene pertanto considerare i vantaggi che il dialogo con Teharan potrebbe portare; e, allo stesso tempo, gli errori di valutazione che i suoi oppositori compiono."[...]

UPDATE: interessante apertura dell'Iran tramite il nostro canale diplomatico che evidentemente si sta muovendo effettivamente sulla questione mediorientale, e di questo a D'Alema va dato atto. Ahmadinejad si dice disposto a trattare su tutte le questione sul tavolo in questo momento, leggi nucleare iraniano e questione Iraq. Questo sembra un ulteriore messaggio all'amministrazione americana, il primo dopo le elezioni di mid-term se esclusa la volontà del leader iraniano di parlare al popolo americano.
L'amministrazione americana dovrebbe sfruttare, e verosimilmente lo farà, queste aperture e prendere atto della volontà iraniana di prendersi più responsabilità nella regione a fronte di un riconosciuto status internazionale.
Se accordo o dialogo tra USA e Iran ci sarà, verterà sulla stabilizzazione del medio oriente, Iraq incluso con l'aiuto della Siria, a fronte di un riconosciuto ruolo di potenza regionale da parte degli Stati Uniti stessi nei confronti della Repubblica islamica.
In quest'ottica la questione del nucleare ha svolto finora una funzione puramente strumentale.

16 novembre 2006

Goodbye Milton

Milton Friedman, uno degli economisti liberisti più celebri di sempre, formatosi a Chicago e vincitore del Premio Nobel nel 1976,
ci ha lasciato oggi all'età di 94 anni a San Francisco.
Le nostre preghiere vanno a lui e alla sua famiglia.
Non finiremo mai di ringranziare un uomo straordinario che con la teoria monetarista ha rilanciato il modello economico di libero mercato come pochi altri nella storia.
Qui una sintesi precisa del suo immenso lavoro.
Goodbye Milton!

13 novembre 2006

Why We Lost

Ho letto molte analisi post voto che spiegano o cercano di spiegare le molteplici cause della pesante sconfitta dei Repubblicani settimana scorsa, tutte incentrate sullo scalpore degli scandali sessuali e di corruzione nel partito durante gli ultimi due anni e ovviamente sulla conduzione della campagna irachena dopo la caduta nel 2003 del regime di Saddam.
Poca attenzione è però stata posta sul tema dell'economia ed è per questo che trovo particolarmente interessante l'analisi di Pat Toomey, presidente del "Club for Growth", un'organizzazione che è interessata nella sensibilizzazione di tematiche riguardanti le libertà economiche.
L'analisi si focalizza su come i Repubblicani, una volta arrivati a Washington, si siano trasformati lasciandosi alle spalle il marchio di partito del governo limitato, finendo col diventare del tutto simili ai Democratici di cui hanno sempre criticato la smania ideologica di spesa pubblica.
Questo cambiamento gli Americani lo hanno notato.
A domande come "quale partito è migliore sull'eliminazione delle spese inutili" e come "qual'è il partito del grande governo" gli elettori ascoltati hanno in maggioranza risposto in modo avverso ai Repubblicani e tendenzialmente hanno posto la loro fiducia sui candidati Democratici.
Il punto è che i Repubblicani sembrano aver gettato via l'immagine, faticosamente guadagnata lungo gli ultimi 10 anni, del partito rigoroso sulla spesa e incisivo nel tagliare le tasse: un danno di immagine che spiega perchè abbia perso cosi largamente anche in molti seggi chiave ritenuti difficili da perdere.
Alla domanda se avessero preferito candidati che tagliassero la spesa e le tasse 2 elettori su 1 risposero affermativamente, e proprio in quei distretti dove fu posto il quesito hanno vinto candidati Democratici.
Questi, sommati, sono segni molto eloquenti di come i Repubblicani, con la condotta molto bassa adottata a Washington, abbiano di fatto dilapidato un capitale politico consolidatosi negli anni e che sono finiti per pagare pesantemente in queste elezioni.
Per questo motivo non ritengo che il tema Iraq abbia avuto quel ruolo centrale che in Europa si attribuisce (d'altronde è ovvio che in Europa fosse attribuito a quello, visto che il dibattito sugli Stati Uniti va a braccetto con l'Iraq al di qua dell'Atlantico, perciò niente di nuovo), laddove invece ha avuto un peso decisivo il calo di fiducia nel partito dell'elefantino non più visto come il partito del governo limitato.
Se la maggioranza repubblicana avesse reso permanenti i tagli fiscali chiesti incessantemente da Bush quest'estate, probabilmente la partita elettorale sarebbe andata diversamente, come evidenziano molti sondaggi.
Toomey ricorda come nel 1994 i Repubblicani conquistarono la maggioranza offrendo alla gente un'idea, manifestata con una promessa. L'idea era il governo limitato. La promessa era il contratto con l'America. Non sono mai andati vicini a mantenere la promessa, e quando hanno abbandonato quell'idea, il popolo Americano ha abbandonato loro.
Infine, sulla politica estera, vorrei rammentare a tutti i lettori italiani come la proposta politica del Presidente Bush durante la campagna elettorale del novembre 2000 prevedeva un forte sostegno economico e politico all'America Latina, specialmente al Messico, e una riduzione dei coinvolgimenti statunitensi in azioni militari di esportazione della democrazia e di altre attività militari. Tuttavia, dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001, l'amministrazione ha cambiato registro e si è concentrata soprattutto sulla questione mediorentale.
Queste sono informazioni che potete trovare facilmente sul web se non avete memoria della campagna del 2000 tra Bush e Gore.
Non fu un caso ovviamente se Bush sia diventato "famoso" solo dopo l'11 Settembre 2001 mentre da gennaio a settembre fu semplicemente un buon Presidente repubblicano, come dicevano anche in Europa. Ma la storia cambia tutto e Bush è e verrà ricordato come il Presidente dell'11 Settembre.
Questo sta a significare che se adesso, dopo la sconfitta elettorale, Bush rivede parzialmente la sua linea in politica estera è perchè si è accorto di come diversi esponenti del suo ormai passato gabinetto, come Rumsfeld, abbiano di fatto negli anni radicalmente spostato la sua personale posizione pragmatica in qualcosa di non consono e tradizionale al partito repubblicano, ma anzi tradizionalemente più tipica dei democratici e dei loro presidenti storicamente più liberali in politica estera, come Kennedy.
Non vorrei perciò trovarmi di qui a poco imbarazzato nel vedere molti qui in Italia assumere una posizione ostile alle "novità" di stampo realista del Presidente Bush mentre gli acerrimi oppositori della politica interventista dell'amministrazione si dicessero invece favorevoli a questa ritrovata linea realista e pragmatica del Presidente in politica estera.
In queste ore, mentre scrivo, alla Casa Bianca, James Baker, Lee Hamilton, Robert Gates e George W. Bush stanno discutendo del "nuovo" approccio pragmatico americano in medio oriente, consistente nella ripresa del timone della politica estera di Washington da parte del Dipartimento di Stato (l'assenza della voce di Condoleeza Rice nel post elezioni è dovuto a questo) invece che del Pentagono come avvenuto sotto Rumsfeld dopo il 2001: ciò significa che politica e diplomazia torneranno a governare le Forze Armate e non viceversa.
Verosimilmente la novità del dopo Rumsfeld sarà il dialogo e il coinvolgimento di Iran e Siria nella questione irachena.
Evidentemente le frequenti e calendarizzate cene di lavoro alla Casa Bianca tra Bush e Kissinger degli anni scorsi hanno finalmente potuto essere spostate dalla tavola da pranzo alla scrivania.
Non possiamo che rallegrarci di questo.

10 novembre 2006

Liberalismo Realista

In un momento alquanto appropriato, ecco il nuovo stupendo saggio di Daniele Sfregola sulla riscoperta del liberalismo realista attraverso mezzo millennio di storia e pensiero politico, da Machiavelli a Morgenthau.
Un saggio da studiare a memoria, dedicato soprattutto agli interventisti democratici che vivono nell'aria molto rarefatta della corrente idealista del pensiero liberale.

09 novembre 2006

La migliore notizia è l'addio di Rumsfeld

Lo posso dire senza mezzi termini. Il fatto che il Presidente Bush abbia finalmente deciso di sbarazzarsi del suo ingombrante segretario alla Difesa mi ha ridato una boccata d'aria dopo la pesante sconfitta subita alle elezioni di mid-term, e senza dubbio rilancia le speranze di gran parte del partito Repubblicano già con la mente al 2008.
Il motivo è che Rumsfeld ha portato con la sua gestione delle Forze Armate al pasticcio militare iracheno e al disastro diplomatico che le sue decisioni apolitiche hanno prodotto in tutte o quasi le cancellerie estere.
Lo spiegano bene Mauro e Andrea: il segretario alla Difesa ha fatto un lavoro disastroso nella gestione della strategia militare in Iraq (pensiamo soltanto alla fretta con cui si è spazzato via tutto l'apparato baathista gettando le premesse per l'insurrezione attuale), nella conduzione del ministero della Difesa che ha soppiantato il Dipartimento di Stato nella definizione della politica estera americana, cosa che ha prodotto frizioni internazionali sempre crescenti e, infine, nella convinzione (errata) che la tecnologia potesse soppiantare il numero di forze militari e uomini da impiegare in teatri bellici come l'Iraq nell'opera di stabilizzazione.
Il discorso del presidente Bush è ciò che volevo sentire: un cambio di strategia che verosimilmente e auspicabilmente porterà la politica estera di Washington su dei binari realisti di cui gli Stati Uniti hanno immensamente bisogno per le sfide attuali e prossime che si presenteranno.
La nomina di Gates al posto di Rumsfeld, se confermata al Senato, è la seconda migliore notizia dopo le elezioni disastrose per i Repubblicani: l'ex direttore della CIA sotto Bush senior è stato recentemente nella commissione Baker-Hamilton (repubblicano e democratico rispettivamente) dove si è discussa la situazione irachena per trovare una nuova strategia più realistica e se possibile vincente.
Il cambio di cui parla Bush nel chiaro e onesto discorso di ieri è quello auspicato da anni di un ritorno ad un approccio tipico e storico nel partito Repubblicano: quello dei conservatori realisti, dopo il predominio dei neoconservatori nel gabinetto presidenziali degli ultimi anni che molti malumori aveva provocato in una larga fetta del partito, tradizionalmente legato a una visione realista kissingeriana nella gestione della politica estera di Washington.
E proprio per questo il riallineamento alla tradizione repubblicana realista, verosimilmente, potrà significare un cambiamento visibile nei prossimi due anni della strategia militare in Iraq, ma sopratutto di un cambiamento diplomatico e politico (le grandi assenti sotto Rumsfeld) nella regione mediorientale: ricordiamo che il piano Baker prevede un approccio all'Iraq che coinvolga in delle trattative le tre etnie irachene e soprattutto i paesi confinanti, Iran e Siria, che sono l'altra grande parte in causa nella difficile situazione irachena attuale.
Se questo cambio di teste si ripercuoterà anche in un cambio di strategia in politica estera delle novità sono perciò facilmente pronosticabili.
Per ultimo, analizzando la situazione del GOP per il futuro, questo cambio di linea politica potrebbe ridare fiato alla prossima corsa elettorale dell'elefantino, quella decisiva delle presidenziali, dove l'offerta politica dei Repubblicani dovrà necessariamente essere diversa da quella del 2000 e del 2004 per potere e volere riconquistare i voti al centro e recuperare i voti persi sia a destra sia dai libertarian che dagli indipendenti in queste elezioni di mid-term.
Il Presidente Bush, ammettendo la responsabilità sconfitta da leader quale è, mostrando di esser capace di prendere decisioni e di saper imporre dei cambiamenti, ha sicuramente messo le basi per una rigenerazione del suo partito e ha preso le decisioni che, allo stato attuale, più che fare il bene della sua presidenza faranno il bene del partito Repubblicano da questa sconfitta elettorale al 2008.

07 novembre 2006

You Decide 2006

Oggi si vota, in Italia sarà una lunga serata e notte elettorale.
Nelle ultime ore stiamo assistendo a molta confusione nei sondaggi che, solo 3 giorni fa registravano una tornata straripante a favore dei Democratici, mentre più passa il tempo più le famose ultime 72 ore dei volontari Repubblicani si dimostrano efficaci ed incalzanti nel riportare il GOP in corsa in diversi Stati.
La gara più avvincente sembra essere in Virginia dove il Governatore uscente George Allen se la gioca con Webb: avvincente perchè ogni giorno i sondaggi praticamente vengono rovesciati da una parte all'altra.
Gli ultimi dati e previsioni le prendiamo dagli amici di California Conservative che seguiranno insieme a noi la corsa elettorale.
Un solo denominatore comune tra tutta la valanga di dati e sondaggi: i Repubblicani recuperano terreno e confermano il momentum.
Per seguire i risultati in tempo reale vi invito ad andare sullo speciale di FoxNews dove col mouse potrete scivolare sulla cartina e controllare istantaneamente i risultati stato per stato molto agevolmente.
Altra copertura totale sulla democratica CNN, per tutti i sondaggi e le proiezioni andate sull'ottimo RealClearPolitics.

UPDATE: BEWARE OF EXIT POLLS, biased and inaccurate predictions have led to poor GOP exit poll showings in past three national elections.
Exit polls traditionally have a Democrat bias.

REMEMBER: VOTE REPUBLICAN!!!

04 novembre 2006

God Bless Our Troops

While John Kerry enjoys the taste of foot
from his air conditioned office
and private plane, our troops, in harms way,
still manage to show a sense of humor.

Thanks to California Consevative

03 novembre 2006

Bush riparte dal Montana

Il Presidente Bush riparte dopo due anni dalla riconferma alla Casa Bianca in un tour nazionale per sostenere i condidati repubblicani nei vari stati.
In Montana ha avuto una calorosa accoglienza e ha sostenuto fortemente la candidatura del repubblicano Conrad Burns ingaggiato in una corsa testa a testa col rivale democratico per il seggio, forse decisivo per la maggioranza repubblicana al Senato.
Il cuore del discorso sta nella proposta programmatica basata sul taglio delle tasse contro l'idea dei democratici di allargamento della spesa pubblica, in uno stato dove la mano del governo federale è sempre malvista, e sulla conferma dei giudici alla Corte Suprema per mantenere una linea di stretta interpretazione della legge di contraltare alla linea legislativa dei democratici.
Ottima scelta l'enfatizzazione del Presidente sul tema delle tasse e dell'intervento del governo nell'economia: il passaggio è di jeffersoniana memoria:

"Mr. Bush also described Mr. Burns and other Republican candidates as standing valiantly against tax measures favored by Democrats. “We believe that you know how to spend your money far better than the federal government does,” Mr. Bush said, again to applause. “That stands in stark contrast to the Democrats, who want to take more of your own money because they think they can spend it better than you can spend it.”

Il tema del taglio delle tasse e dello Stato sembra esser tornato ad essere il primo punto dell'agenda politica del Grand Old Party, dopo anni in cui i tagli fiscali sembravano solo un puntiglio del Presidente Bush che auspica costantemente la resa permanente dei tagli messi in atto durante la sua prima presidenza.
Un ottima svolta per i Repubblicani in corsa alle elezioni di mid-term.

Good job, Mr. President!

01 novembre 2006

Kerry's real face

John Kerry, parlando a una manifestazione dei Democratici al Pasadena City College, facendo campagna per le già perdute elezioni contro il Governatore Repubblicano Scwharzenegger che ha battuto il suo rivale sui suoi stessi ridicoli temi ecologisti, si lascia scappare il suo vero pensiero sui militari.
Testualmente il senatore dice:

“You know, education, if you make the most of it, if you study hard and you do your homework, and you make an effort to be smart, uh, you, you can do well. If you don’t, you get stuck in Iraq.”

Teniamo a mente che questo tale poteva essere l'attuale Commander-in-Chief.
A distanza, un vero militare gli risponde e gli spiega perchè lui serve.