26 gennaio 2007

Bersani e la seconda operazione elettorale

Volevo spendere due parole circa gli ultimi provvedimenti di "liberalizzazione" del Governo di cui si è tanto sentito strombazzare su tutti i media negli ultimi giorni.
Ciò che pare evidente, al netto dei proclami profetici che il Premier ha subito proferito, è che dopo i (falliti) provedimenti per la concorrenza del luglio scorso, Bersani abbia provato di nuovo la stessa operazione mediatico-elettorale: in breve, si colpiscono categorie non affini politicamente con provvedimenti che poco vanno nel senso della liberazione dei vincoli alla libera impresa, lasciando intatti i veri lacci alla concorrenza costituiti in larga parte dalle corporazioni e dalle tasse che il ministro non si sogna di toccare, mentre si lasciano intatte quelle sfera dell'economia pesantemente privilegiate e protette come le cooperative, i servizi locali municipalizzati, il sistema delle fondazioni bancarie e le assicurazioni, tutti settori profondamente radicati negli interessi politici dell'attuale maggioranza di Governo.
In sostanza, Bersani colpisce categorie politicamente non ritenute "vicine" con misure peraltro discutibilissime e che hanno già comprovato l'inefficacia nel garantire più concorrenza, favorendo di riflesso quelle categorie sopra descritte che costituiscono la propria sfera di interessi.
E' facile permettere la vendita dei farmaci nella grande distribuzione quando gli unici potenziali beneficiari saranno le cooperative di distribuzione legate ai DS, molto meno facile è liberalizzare concretamente il settore farmaceutico abolendo l'ordine dei farmacisti mettendo cosi tutti sullo stesso piano evitando di fare regali ai propri gruppi d'interesse e assicurando reale concorrenza a vantaggio tangibile dei consumatori.
Circa gli ultimissimi provvedimenti, il ritornello sembra analogo, e nel merito del provvedimento sulla distribuzione del carburante appare chiaro come ancora non si centri il cuore del problema e ci si appresti a fare un gran battage mediatico su cambiamenti tanto utopici quanto inconsistenti.
A riguardo propongo per intero l'analisi di Alberto Mingardi per IBL che focalizza il centro vero della questione evidenziando i metodi dirigisti del Ministro Bersani che poco hanno a che vedere con reali liberalizzazioni dell'ingessata economia corporativa italiana.

Macché benzina, le nostre auto vanno a tasse
di Alberto Mingardi

"Arriva oggi in consiglio dei ministri la seconda “lenzuolata” di Pierluigi Bersani. Il governo ci punta per guadagnare un poco di popolarità, risalendo la china nei sondaggi. È per questo che si mischiano liberalizzazioni vere – cioè riduzioni di vincoli all’agire imprenditoriale – a provvedimenti di schiatta populista. Ma un conto è favorire il consumatore restituendogli libertà di scelta, e un conto è mettere alla stanga interi pezzi della nostra economia, contando sul ritorno elettorale di una punizione esemplare inflitta ad imprese poco amate, che pure al consumatore non frutta nulla.È una visione della concorrenza tipo “Mi manda Lubrano”, che fa audience e non dispiace a una vecchia volpe come Bersani. Più preoccupante è che sulla scia del governo si mettano pure le autorità indipendenti, privilegiando interventi di sapore “elettoralistico”, o così si direbbe se i loro membri e presidenti venissero votati e non invece nominati in base a criteri che dovrebbero assicurarne competenza e indipendenza. Inclusa l’indipendenza dalle telecamere.Ieri tutti i giornali hanno riportato con grande enfasi la notizia dell’apertura di un'indagine, da parte dell’Antitrust, per verificare l'ipotesi dell'esistenza di un cartello fra nove big del petrolio. Visti i titoloni, pare sia già stato spiccato il verdetto: colpevoli.Eni, Esso, Q8, Shell, Tamoil, Total, Erg, Ip e Api sono accusati di aver “concordato la fissazione dei prezzi consigliati, che risultano di conseguenza aver avuto andamento parallelo, con variazione contestuale, di entità comparabile e di segno omogeneo, in violazione della normativa sulla concorrenza”.L'istruttoria è partita il 18 gennaio e ieri l’altro i funzionari dell'Authority, al fianco delle Fiamme Gialle, hanno effettuato una serie di ispezioni negli uffici di alcune delle principali compagnie.Auguriamo la miglior fortuna all’indagine dell’Autorità, il cui rigore non discutiamo. Sul modo in cui la notizia è stata presentata, però, c’è qualcosa che non torna. L’inchiesta è stata inserita nel quadro di quelle liberalizzazioni salvifiche di cui si è tanto parlato in attesa del consiglio dei ministri di oggi. È chiaro che il prezzo della benzina attira, eccome, l’attenzione del pubblico. Però varrebbe la pena ricordare che non sarà qualche distributore in più, né qualche arbitraria legnata sui denti delle imprese, a farlo scendere. L'andamento dei prezzi italiani sembra coerente con l'andamento dei prezzi internazionali, al netto di un differenziale di 3-4 centesimi per litro che può essere ricondotto alle inefficienze della rete di distribuzione. Il prezzo industriale è probabilmente destinato a restare più alto che altrove, perché da noi il self service non attecchisce come invece nel resto del mondo, dove è la regola e non l’eccezione.Soprattutto, però, non nascondiamoci dietro a un dito. Il governo non può promettere azioni che vanno a limitare il costo alla pompa e poi fare sapere, per bocca del suo ministro dell’economia, che non vi saranno riduzioni fiscali di sorta fino al 2009. Perché per abbassare il prezzo della benzina, quello servirebbe. Un taglio delle tasse, nello specifico un taglio dell’accisa, che incide assieme con l’IVA per il 70% del costo del pieno. Due note a margine. Uno. L’accusa dell’Antitrust è la stessa del 1999, quando l’Autorità inflisse una multa record. Decisione poi respinta dal Consiglio di Stato, che la contestò nel merito e nel metodo. Varrebbe la pena ricordarselo. Due. L’Autorità sostiene che le compagnie hanno spostato i loro margini dalla benzina al diesel, seguendo la migrazione degli automobilisti (cioè l'aumento della domanda di diesel e la riduzione della domanda di benzina). Ammesso e non concesso che sia un comportamento sanzionabile, che cosa ne dice l’Antitrust del fatto che la stessa dinamica si osserva per il prelievo fiscale, visto che fra 1996 e il 2006 è cresciuto del 14 per cento sulla benzina, e invece del 53 per cento sul diesel? Giusto tenere gli occhi aperti sui cartelli, ma per favore non chiudiamoli sullo Stato."