08 gennaio 2007

Stati Uniti: più diplomazia, non truppe

A una settimana dalla condanna a morte di Saddam Hussein e a un mese circa dalla presentazione del piano bipartizan dell'Iraq Study Group che criticò la conduzione militare e politica degli Stati Uniti in Iraq, l'amministrazione di Washington si appresta a commettere altri errori di interpretazione e decisione come negli ultimi anni. Se la commissione Baker-Hamilton ha avuto scarso impatto sul processo decisionale della Casa Bianca questo non è tanto dovuto al fatto che le sue soluzioni realiste siano "poco realistiche", al contrario, le proposte chiave per uscire dal pantano iracheno in una visione regionale più ampia su un piano più politico che militare sono tuttora evidentemente valide e realistiche, ma purtroppo le condizioni politiche interne agli Stati Uniti del dopo elezioni di medio termine non potevano che far risultare la commissione come il bersaglio politico sia dei Democratici vincitori che dei Repubblicani sconfitti, finendo col bruciare ciò che di positivo vi era contenuto.
Il ruolo politico della commissione era quello apprezzabile di dare una copertura politica bipartizan alle nuove probabili scelte dell'amministrazione Bush dopo la altrettanto probabile sconfitta di mid-term; ma una volta esaurito lo spin mediatico e politico amplificato nel prima e dopo elezioni, il Congresso ora in mano democratica e la Casa Bianca stanno agendo in contrapposizione su quasi tutti i temi in agenda, per ragioni politiche evidenti a tutti: marcare le differenze reciproche dopo una campagna elettorale che è parsa a tutti una grande e massiccia corsa al centro dove le diverse posizioni si sono confuse.
L'atteggiamento americano in politica estera risulta perciò profondamente influenzato da ragioni prevalentemente di politica interna, e le conseguenze sulle decisioni da prendere in Iraq vengono cosi pesantemente inficiate.
Il Presidente Bush ha fatto trapelare la volontà prossima di incrementare di 20.000 unità il contingente militare americano in Iraq in modo da controllare maggiormente la sicurezza ed evitare al paese di sprofondare nel caos più totale sulla scia di una guerra civile di fatto in pieno svolgimento.
Purtroppo questa soluzione appare chiaramente sbagliata e comunque intempestiva, dopo che è stato provato che le truppe erano troppo poche già nel 2003; incrementare di qualche migliaia il numero di uomini sarà comunque, come spiega l'ex generale Wesley Clark oggi per il Washington Post, troppo poco e troppo tardi.
Il solo motivo che sembra celarsi dietro questa scelta sembra essere di carattere prettamente retorico e politico: continuare ancora lo stanco riferimento alla vittoria in Iraq e al "mantenere la rotta" senza alcuna visione strategica se non quella ormai rivelatasi fallimentare di quella elettorale per i cittadini americani, ormai stanchi di vedere fallimenti presentati su un piatto d'argento.
L'approccio militare alla questione iracheno è ormai evidentemente inadeguato alla realtà attuale dove la lotta per il controllo del potere e per la sopravvivenza dei gruppi etnici dopo la caduta di Saddam, e mandare più truppe significherà solo avere più perdite e incrementare la resistenza irachena interna e soprattutto quella esterna dei vicini iracheni.
La realtà è che i problemi sul campo sono politici, non militari.
Una urgente azione è necessaria per risolvere la lotta sul piano politico.
Gli sforzi diplomatici e qualche cambio nella missione a Baghdad e nei ruoli chiave dell'amministrazione possono aiutare, ma l'amministrazione Bush deve riconoscere che la visione neoconservatrice ha fallito.
Elemento essenziale per evitare il tracollo degli interessi americani in Iraq e nella regione è l'avere a che fare con i vicini ingombranti, ma questo richiede molto di più che delle pattuglie di frontiera e dichiarazioni minacciose.
L'amministrazione ha bisogno di una nuova strategia (se mai finora una ce ne sia realmente stata una), prima che l'Iran acquisisca la capacità nucleare.
Mentre l'opzione militare deve rimanere sul tavolo, gli Stati Uniti dovrebbero prendere il controllo della situazione con una diplomazia diretta per risolvere i correlati problemi della spinta Iraniana per l'egemonia regionale e il potere nucleare, la lotta per il controllo del Libano e il conflitto Israelo-Palestinese.
Isolare i nostri avversari non ha funzionato.
Se questo fondamentale cambiamento nell'approccio di Washington rimarrà assente, l'unica cosa che otterà un innalzamento del contingente americano in Iraq sarà soltanto una crescita della retorica che ha accompagnato finora il dopo Saddam.
Questo però non servirà ad altro che sprecare vite e tempo, incoraggiare i terroristi ed eviterà di affrontare le sfide correlate di una regione in piena crisi.

Dello stesso parere il saggio di Mauro Gilli la cui lettura è vivamente consigliata.