09 febbraio 2007

La sicurezza passa per la proprietà privata

Propongo per intero l'articolo di Alberto Mingardi sul problema della sicurezza negli stadi perchè lo sottoscrivo in pieno, dopo aver avuto esperienza diretta del cosiddetto "modello inglese". Ho solo un paio di puntualizzazioni.
Primo, ai vigilantes privati interni agli stadi va data la parificazione giuridica ai pubblici ufficiali, per la sola durata del match ovviamente, perchè altrimenti non potranno toccare nemmeno con un dito i "tifosi" e non ci sarà alcuna deterrenza e repressione possibile, all'esterno dello stadio la resposabilità è e non potrebbe che essere a carico dello stato. Secondo, e fondamentale, è necessaria la presenza di celle, personale di polizia di stato e di un magistrato in uno spazio apposito dello stadio durante le partite (in Inghilterra hanno dei mini commissariati proprio sotto lo stadio), in questo modo i trasgressori potranno essere fermati e arrestati subito e processati per direttissima il mattino dopo in base alle leggi sui cosiddetti "reati da stadio".
Con questi due appunti il modello inglese sarebbe applicato, peccato che se poi il magistrato italiano lascia libero il criminale con una pacca sulla spalla e i politici italiani mi scarcerano migliaia di detenuti perchè non sono abbastanza comodi in galera non c'è modello inglese che tenga. E' per questo che non è il calcio il problema, ma è il paese, che è profondamente incivile.

Stadi ai club e la violenza sparirà
di Alberto Mingardi

Diciamolo chiaro e tondo: quando il ministro Melandi sostiene che “il modello di gestione degli stadi italiani così non funziona” e pertanto "dobbiamo andare verso la privatizzazione degli stadi”, non ha ragione. Ha straragione.Per più di un motivo. In primo luogo, azzardare che vi sia una correlazione fra la proprietà pubblica degli impianti, ed i casi di violenza, è forse esagerato. Però, in linea generale, noi sappiamo che la proprietà privata stimola la buona gestione, quando invece la proprietà pubblica si accompagna con l’incuria. Non è questione di dar sfoggio di un antistatalismo aprioristico: quanto piuttosto di far fronte all’amara verità che gli uomini (indipendentemente dal reddito e dalla classe sociale d’appartenenza) tendono ad obbedire ad incentivi. Gli incentivi per un manager pubblico a far bene il suo mestiere, e di converso a non farlo male, sono su un piano diverso rispetto a quelli che fronteggia un collega privato. Se non altro perché è assai inferiore la probabilità che il “padrone” s’ingegni a stampargli un calcione sulle terga. Questo non significa che non vi sia uno sforzo, spesso eroico, da parte delle forze di polizia per contenere la violenza. Però il prezzo che si paga è tanto alto quanto modesto il risultato.Perché? Perché gli attori che restano fuori dalla partita sono proprio quelli che dovrebbero giocarla, cioè le squadre. Privatizzare gli stadi significherebbe privatizzare la sicurezza negli stadi. Partendo dalla semplice e non indolore constatazione che la forza pubblica non può mantenere l’ordine in curva per la semplice ragione che in curva non può nemmeno entrare, e quando ci entra è un’incursione in territorio nemico, né più né meno.Se la morte di Raciti ci brucia tanto, non è solo per il senso della tragedia, per la dolorosa contrapposizione fra sangue e sport, perché lo stadio come la chiesa dovrebbe essere un rifugio, ma qualche volta si trasforma in tomba. È anche perché la promessa principale di uno Stato, incluso uno Stato elefantiaco e tuttofare come il nostro, è la promessa della sicurezza. Obbediscimi, e non morirai.Il problema è che noi obbediremo pure ad intermittenza, ma ancora più intermittente è la fornitura di quel bene – la protezione – di cui lo Stato per sé pretende il monopolio. Il fatto, poi, che la sicurezza sia tanto difficile da garantire in una grande manifestazione di popolo, quale una partita di calcio, ci inquieta e ci preoccupa perché, a dispetto dei libri di educazione civica, è improbabile che “lo Stato siamo noi”, se dove quel “noi” diventa corposo e tangibile lo Stato è impotente.Negli stadi italiani non sventola il tricolore: la sovranità appartiene di fatto agli ultras, spesso sulla base di un patto non scritto con le società, nelle cui vicende i teppisti pesano esercitando l’arma del ricatto e della violenza. Si possono combattere i mulini a vento, e provare a spezzare questo nodo gordiano con legiornate di sospensioni e un’escalation di poliziotti, perché se scontro dev’essere presentiamoci in forze. È la ricetta tradizionale, legge-ed-ordine, apparentemente condivisibile ma che al dunque si rivela per quello che è: fumo negli occhi dell’opinione pubblica. Siccome non possiamo permetterci di militarizzare gli stadi (sotto i mitra spianati, del resto, non gioca nessuno), diventa un facite ammuina, qualche gonfalone al vento, gravose promesse, facce dure, e dopo un paio di domeniche torna tutto come prima. In Gran Bretagna e anche in Usa, sono le squadre ad assumersi la responsabilità della sicurezza in curva - attraverso vigilantes pudicamente definiti stewarts. È una specie di contrattualizzazione del rapporto fra team e ultras: puliscono e rivestono la parte migliore del tifo aggressivo, dandole una divisa e la licenza diespellere gli ospiti indesiderati. Nulla di particolarmente originale: lo stadio come una discoteca, il vigilante come un buttafuori. Non si può imporre, però, questo nuovo peso ai team senza dar loro nulla in cambio. Anche perché avrebbero gioco facile nel ricordare allo Stato che anche per chi fa sport vale l’antica promessa. Io obbedisco se mi proteggi. L’extraterritorialità del campionato forse farebbe bene al campionato, ma non all’Italia. Per questo privatizzare tutti gli stadi, attraverso procedure trasparenti che assegnino una corsia preferenziale alle squadre (ma non limitino ad esse i possibili acquirenti), potrebbe essere una misura utile. Servirebbe ai team, per fare assegnamento su assets più robusti di quelli oggi a loro disposizione. Uno studio condotto, sulle squadre di baseball, dall’Università del Minnesota dimostra che il valore di una squadra, se essa gioca in uno stadio privato, tende ad aumentare nel tempo – mentre, ceteris paribus, tende a diminuire, se gioca in uno stadio pubblico. In Inghilterra il governo ormai raramente si trova a spendere per nuove strutture: Manchester United ed Arsenal, entrambi desiderosi di arene più moderne, hanno fatto tutto da soli. E grande è il valore inespresso degli stadi, che sono luoghi d’attrazione di strepitosa potenza di fuoco, e non si capisce davvero (cioè, si capisce benissimo, pensando all’ispettore Raciti) perché non riescano ad aggregare altre opportunità per spendere tempo e denaro.Brava Melandri, ben venga la privatizzazione degli stadi. In una repubblica fondata non sul lavoro ma sul pallone, sarà la madre di tutte le privatizzazioni.

Da Libero, 7 febbraio 2007

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