19 aprile 2007

Quei bei vecchi tempi in cui gli investimenti diretti esteri li si andava supplicando in ginocchio

Della vicenda Telecom molto si è detto da più parti e la cosa più avvilente è il fatto che il Governo italiano continui nella brutta pratica di mettere il naso nel mercato col risultato di distorcerne il libero andamento a discapito degli investimenti in Italia messi sempre più a rischio dall'incertezza e dalla confusione delle regole di volta in volta, ma soprattutto dall'interventismo dello stato nelle faccende dei privati, in barba a milioni di azionisti e consumatori che pagano di tasca loro i giochetti più o meno sporchi della politica italiana nell'economia.
Ciò che più inquieta del caso Telecom è la straordinaria attenzione che il Goveno vi ha posto fin dall'inizio, tentado prima di decidere le strategie aziendali con un piano poi scoperto e andato all'aria, e successivamente tentando di scegliere i proprietari nuovi intervenendo decisamente e direttamente contro gli azionisti sgraditi.
Ma gli azionisti, direte voi, non dovrebbero esser loro a dover decidere della loro società?
Si, in un paese normale sarebbe ovvio e accadrebbe regolarmente, ma in Italia non succede mai niente di normale e cosi ci troviamo a raccontare vicende come questa, tanto assurde quanto misteriose.
Impressionante è però un'altro fatto, e cioè come il Governo Prodi da mesi si sia adoperato con tutti i mezzi consentiti o meno per intralciare operazioni finanziarie e industriali di società straniere in italia, con la sola conseguenza di sabotare gli investimenti diretti esteri in Italia, quelli che si è sempre cercato di attrarre con le unghie e con i denti visto che portano capitali e occupazione in più al paese, ma evidentemente qualcosa in Italia è cambiato, in peggio però.
Nel suo viaggio in Sud Corea Prodi è andato ache oltre cadendo nel ridicolo dichiarando di voler varare un piano proprio per la facilitazione degli investimenti esteri nel nostro paese, e quasi si scoppia a ridere dopo che a fatto di tutto per renderli difficili con le ultime operazioni a gamba tesa in importanti trattative di aziende straniere in Italia o di aziende italiane all'estero.
Il Presidente del Consiglio dovrebbe però perlomeno avere il buon gusto di non insultare l'intelligenza dei suoi, per quanto stupidi, concittadini, visto che non si può fare contemporaneamente il piromane e il pompiere e pretendere di non essere poi accusati.
La lettera dell'ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, pubblicata sul Corriere, circa l'intervento statale in economia, dovrebbe essere aggiunta a quei dodici punti che poche settimane fa Prodi sventolò come il nuovo cardine su cui sarebbe ruotata la nuova azione del nuovo Governo, perciò la riproponiamo per intero, nella speranza che qualcuno a Palazzo Chigi provi un po' di vergogna:

Caro direttore,
la decisione di At&t, una delle più grandi aziende statunitensi e leader mondiale nel settore delle telecomunicazioni, di ritirare la sua proposta d'investimento in Italia, ha suscitato tanti commenti e molte discussioni. L'Italia ha perso l'interesse da parte di un'impresa di altissimo livello, capace di migliorare i servizi di telecomunicazione, ridurre i costi per gli utenti italiani e aumentare il valore di un'azienda nazionale.

Allo stesso tempo, ciò che è accaduto è stato utile ad attirare l'attenzione sul possibile ruolo degli investitori esteri per la crescita economica dell' Italia. L'episodio Telecom Italia-At&t permette infatti un'analisi più ampia. Da oltre un anno sto promuovendo un'iniziativa dell'ambasciata degli Stati Uniti in Italia chiamata Partnership for Growth.
L'obiettivo è quello di stimolare le grandi potenzialità dell'economia italiana, che spesso non vengono pienamente sfruttate.L'iniziativa si è concentrata soprattutto sull'imprenditoria e sull'innovazione come forze trainanti della crescita.
Tra le varie attività, abbiamo analizzato con diversi interlocutori italiani la necessità di ampliare il mercato dei capitali e di promuovere strumenti finanziari che possano aiutare gli imprenditori a creare nuove imprese e a far crescere e rendere più competitive quelle già esistenti. Senza accesso ai capitali, ovvero agli investimenti, l'imprenditoria rimane solo un'idea.
Come noto, gli investimenti in aziende nuove o già esistenti in Italia sono scarsi.Si preferisce investire nelle proprietà immobiliari, o nella casa per il figlio, piuttosto che scommettere su una nuova azienda promettente.
Spesso, inoltre, vengono innalzate barriere nei confronti delle imprese straniere che intendono investire in Italia. Sia che si tratti di investimenti in infrastrutture (autostrade o aziende di telecomunicazione), in servizi finanziari (una grande banca) o nei trasporti (una compagnia aerea), una delle prime reazioni all'interessamento da parte di un'azienda straniera è la sottolineatura che deve prevalere l'interesse nazionale.
Qual è il risultato di questo approccio poco aperto nei confronti dei capitali stranieri? Un rapido confronto con gli altri Paesi europei può essere molto illuminante. Secondo i dati dell'Unctad, la Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo, nel 2005 l'Italia ha attirato circa 20 miliardi di dollari di nuovi investimenti stranieri. La Francia oltre 60 miliardi. La Gran Bretagna, leader tra i Paesi più industrializzati, 165 miliardi.
In qualità di ambasciatore degli Stati Uniti, mi interesso maggiormente degli investimenti del mio Paese, e anche in questo caso la situazione non è confortante. Fino al 2005 il totale degli investimenti americani in Italia ammontava a poco meno di 26 miliardi di dollari, ben al di sotto dei 324 miliardi in Gran Bretagna, degli 86 miliardi in Germania, dei 61 miliardi in Francia e perfino dei 43 miliardi in Spagna.
Questi dati dovrebbero far riflettere. Gli investimenti non arrivano dove non sono ben accolti, dove le regole del mercato vengono cambiate continuamente.Modificare le regole aumenta il livello di rischio e rende molto difficile programmare le azioni future di un'impresa o di un singolo cittadino. Non conosco i dettagli della trattativa per Telecom, ma la lettera di rinuncia di At&t esprime chiaramente il timore di investire in un mercato dove le regole sono imprevedibili. Credo che sia un timore comprensibile, che la maggioranza degli italiani condividerebbe.
Bisognerebbe concentrarsi meno su chi vuole investire e maggiormente sul fatto che l'Italia è agli ultimi posti tra i Paesi europei in termini di crescita del Pil e aumento dei salari e della produttività. Esiste un chiaro legame tra questi dati e lo scarso livello degli investimenti.
Per assicurare la giusta priorità alla crescita e alla produttività, occorre valutare attentamente e senza pregiudizi le proposte di investimento.Le aziende otterranno maggiori fondi e diverranno più competitive? Il cambiamento aggiungerà valore? I servizi miglioreranno? I consumatori, a Roma, Milano o Lecce, avranno benefici? Queste sono le domande da porsi, ricordando sempre che tutto ciò che stimola gli investimenti esteri ha un impatto positivo anche sugli investimenti interni. Per questo motivo, c'è bisogno di una visione più positiva.
L'Italia deve crescere e competere con successo nel mercato globale per sostenere il suo modello sociale e per offrire nuove opportunità ai giovani. Un atteggiamento più aperto nei confronti degli investimenti può senza dubbio aiutare a raggiungere questi importanti obiettivi.

Ambasciatore degli Stati Uniti in Italia
Ronald P. Spogli
19 aprile 2007