29 gennaio 2007

Gli interessi nazionali americani oltre la presidenza Bush

Il settimo e penultimo discorso sullo Stato dell'Unione tenuto dal Presidente Bush si è caratterizzato per la focalizzazione su temi economici e domestici lasciando solo un quarto del tempo al cardine della sua presidenza: la politica estera e la guerra in Iraq. Di riflesso alle ultime elezioni dove i Democratici hanno riconquistato la maggioranza al Congresso il presidente ha preferito comprensibilmente concentrare l'attenzione su temi dove potrebbe trovare anche il consenso dei congressisti, come le iniziative in materia energetica e ambientali, finanche i piani per gestire l'immigrazione, temi sui quali la passata magioranza repubblicana aveva mostrato reticenza e che adesso potrebbero avere un esito positivo. Possiamo elencare i punti chiave del discorso in diverse policies proposte dal Presidente su tutti i temi, come segue:
Energia: "20 in 10", cioè il taglio di venti punti sul consumo di carburante nei prossimi dieci anni e l'affrancamento dell'America dalla dipendenza dal petrolio come strategia di lungo periodo.
Sanità: Affidabilità, accessibilità e copertura sanitaria flessibile. Sgravi fiscali per chi sottoscrive un'assicurazione, a fronte dei milioni di americani non ancora protetti. Conduzione della lotta globale contro l'AIDS.
Educazione: Consolidare i risultati del programma "No Child Left Behind".
Immigrazione: Riforma che probabilmente permetterebbe a milioni di immigrati clandestini di ottenere un permesso lavorativo e di soggiorno.
Difesa: Rafforzare le forze armate, un piano per aumentare di 92,000 unità i reclutamenti nel Corpo dei Marines e nella Guardia Nazionale nei prossimi 5 anni.
Bilancio pubblico: Riforma di spesa per spendere meglio le tasse, rendere permanenti i tagli fiscali e la strategia per tagliare il deficit pubblico nei prossimi cinque-dieci anni.
Il capitolo politica estera ha assunto un ruolo paradossalmente marginale e ha visto il Presidente rimarcare la necessità di continuare la guerra globale al terrorismo come strategia per evitare agli Stati Uniti altri attentati terroristici sul proprio suolo.
Sull'Iraq ha sottolineato la necessità per l'America di restare in modo da non concedere al caos e alla guerra civile la regione mediorientale, cosa che intaccherebbe gli interessi nazionali americani in modo permanente. Questo il passaggio principale:

"If American forces step back before Baghdad is secure, the Iraqi government would be overrun by extremists on all sides. We could expect an epic battle between Shia extremists backed by Iran, and Sunni extremists aided by al Qaeda and supporters of the old regime. A contagion of violence could spill out across the country -- and in time, the entire region could be drawn into the conflict.

For America, this is a nightmare scenario. For the enemy, this is the objective. Chaos is the greatest ally -- their greatest ally in this struggle. And out of chaos in Iraq would emerge an emboldened enemy with new safe havens, new recruits, new resources, and an even greater determination to harm America. To allow this to happen would be to ignore the lessons of September the 11th and invite tragedy. Ladies and gentlemen, nothing is more important at this moment in our history than for America to succeed in the Middle East, to succeed in Iraq and to spare the American people from this danger. "

Le critiche dei Democratici al piano di invio di 20,000 soldati in più in Iraq hanno indotto il Presidente a tenere un profilo piuttosto soft e alla luce dei soli due anni di presidenza che separano Bush dal ritiro dalla scena politica crediamo che sia stata una scelta saggia e nell'interesse dell'interesse nazionale, che non necessita di scontri politici interni ulteriori.
A prescindere dalle valutazioni sull'opportunità o meno di rafforzare le truppe americane in Iraq e sulla conduzione e sul modo con cui l'amministrazione ha deciso di impostare la strategia di azione per stabilizzare quel paese, è innegabile che l'interesse nazionale ora non richiede certo un ritiro immediato americano, cosa che avrebbe risultati catastrofici.
Come ha recentemente dichiarato l'ex Segretario di Stato Henry Kissinger, non è più questione di scegliere tra la vittoria militare e il ritiro totale: la guerra per la stabilizzazione democratica dell'Iraq e del Medio Oriente ha fallito, ma ritirare senza strategia le truppe non migliorerebbe certo la situazione per gli Stati Uniti nè tantomeno per gli iracheni.
E' necessario restare in Iraq per riguadagnare e mantenere la leadership regionale, tantopiù a fronte dell'escalation politico-militare che l'Iran ha ingaggiato per la sua affermazione e primazia in Medio Oriente.
E' altresi necessario aprire una conferenza internazionale che coinvolga tutti i paesi interessati nella regione, compresi India e Pakistan e anche l'Iran, a patto che smetta di comportarsi come "crociato" che mina alla struttura del sistema internazionale ed inizi ad agire come nazione.
Far ritornare le truppe a casa ora significherebbe soltanto rimandarle di nuovo a fronte di una situazione ancora peggiore.
Interesse degli Stati Uniti è di ristabilire un nuovo equilibrio di poteri e interessi in Medio Oriente dopo che l'intervento militare iracheno del 2003 sconvolse gli equilibri esacerbando i rapporti internazionali: un nuovo equilibrio di potere dove gli Stati Uniti assumerebbero la funzione di leader e di guardiano degli accordi a fronte del nuovo peso relativo dei players regionali dopo l'Iraq di Saddam.
La via per la pace e per la stabilità nella regione passa per questi passaggi chiave, non riconoscere la necessità di restare in Iraq non significa soltanto minare gli interessi nazionali americani, ma anche mettere a repentaglio la sicurezza e la pace nella comunità internazionale negli anni a venire.
La responsabilità di portare avanti questa strategia non terminerà con la presidenza dell'attuale amministrazione e il sostanziale rinvio di un'azione decisiva da parte del Presidente Bush sull'Iraq non affrancherà il prossimo Presidente degli Stati Uniti dall'onere e l'onore di condurre gli interessi nazionali americani in Iraq e Medio Oriente per mezzo di decisioni impopolari o di sacrifici di carattere politico e militare.

Off Topic: Phastidio ha il nostro pieno appoggio nel constatare come Rocca sia decisamente più apprezzato quando fa il cronista politico puro che non quando indossa i panni di analista politico o economico con risultati discutibili.

27 gennaio 2007

Impossibile dimenticare


26 gennaio 2007

Bersani e la seconda operazione elettorale

Volevo spendere due parole circa gli ultimi provvedimenti di "liberalizzazione" del Governo di cui si è tanto sentito strombazzare su tutti i media negli ultimi giorni.
Ciò che pare evidente, al netto dei proclami profetici che il Premier ha subito proferito, è che dopo i (falliti) provedimenti per la concorrenza del luglio scorso, Bersani abbia provato di nuovo la stessa operazione mediatico-elettorale: in breve, si colpiscono categorie non affini politicamente con provvedimenti che poco vanno nel senso della liberazione dei vincoli alla libera impresa, lasciando intatti i veri lacci alla concorrenza costituiti in larga parte dalle corporazioni e dalle tasse che il ministro non si sogna di toccare, mentre si lasciano intatte quelle sfera dell'economia pesantemente privilegiate e protette come le cooperative, i servizi locali municipalizzati, il sistema delle fondazioni bancarie e le assicurazioni, tutti settori profondamente radicati negli interessi politici dell'attuale maggioranza di Governo.
In sostanza, Bersani colpisce categorie politicamente non ritenute "vicine" con misure peraltro discutibilissime e che hanno già comprovato l'inefficacia nel garantire più concorrenza, favorendo di riflesso quelle categorie sopra descritte che costituiscono la propria sfera di interessi.
E' facile permettere la vendita dei farmaci nella grande distribuzione quando gli unici potenziali beneficiari saranno le cooperative di distribuzione legate ai DS, molto meno facile è liberalizzare concretamente il settore farmaceutico abolendo l'ordine dei farmacisti mettendo cosi tutti sullo stesso piano evitando di fare regali ai propri gruppi d'interesse e assicurando reale concorrenza a vantaggio tangibile dei consumatori.
Circa gli ultimissimi provvedimenti, il ritornello sembra analogo, e nel merito del provvedimento sulla distribuzione del carburante appare chiaro come ancora non si centri il cuore del problema e ci si appresti a fare un gran battage mediatico su cambiamenti tanto utopici quanto inconsistenti.
A riguardo propongo per intero l'analisi di Alberto Mingardi per IBL che focalizza il centro vero della questione evidenziando i metodi dirigisti del Ministro Bersani che poco hanno a che vedere con reali liberalizzazioni dell'ingessata economia corporativa italiana.

Macché benzina, le nostre auto vanno a tasse
di Alberto Mingardi

"Arriva oggi in consiglio dei ministri la seconda “lenzuolata” di Pierluigi Bersani. Il governo ci punta per guadagnare un poco di popolarità, risalendo la china nei sondaggi. È per questo che si mischiano liberalizzazioni vere – cioè riduzioni di vincoli all’agire imprenditoriale – a provvedimenti di schiatta populista. Ma un conto è favorire il consumatore restituendogli libertà di scelta, e un conto è mettere alla stanga interi pezzi della nostra economia, contando sul ritorno elettorale di una punizione esemplare inflitta ad imprese poco amate, che pure al consumatore non frutta nulla.È una visione della concorrenza tipo “Mi manda Lubrano”, che fa audience e non dispiace a una vecchia volpe come Bersani. Più preoccupante è che sulla scia del governo si mettano pure le autorità indipendenti, privilegiando interventi di sapore “elettoralistico”, o così si direbbe se i loro membri e presidenti venissero votati e non invece nominati in base a criteri che dovrebbero assicurarne competenza e indipendenza. Inclusa l’indipendenza dalle telecamere.Ieri tutti i giornali hanno riportato con grande enfasi la notizia dell’apertura di un'indagine, da parte dell’Antitrust, per verificare l'ipotesi dell'esistenza di un cartello fra nove big del petrolio. Visti i titoloni, pare sia già stato spiccato il verdetto: colpevoli.Eni, Esso, Q8, Shell, Tamoil, Total, Erg, Ip e Api sono accusati di aver “concordato la fissazione dei prezzi consigliati, che risultano di conseguenza aver avuto andamento parallelo, con variazione contestuale, di entità comparabile e di segno omogeneo, in violazione della normativa sulla concorrenza”.L'istruttoria è partita il 18 gennaio e ieri l’altro i funzionari dell'Authority, al fianco delle Fiamme Gialle, hanno effettuato una serie di ispezioni negli uffici di alcune delle principali compagnie.Auguriamo la miglior fortuna all’indagine dell’Autorità, il cui rigore non discutiamo. Sul modo in cui la notizia è stata presentata, però, c’è qualcosa che non torna. L’inchiesta è stata inserita nel quadro di quelle liberalizzazioni salvifiche di cui si è tanto parlato in attesa del consiglio dei ministri di oggi. È chiaro che il prezzo della benzina attira, eccome, l’attenzione del pubblico. Però varrebbe la pena ricordare che non sarà qualche distributore in più, né qualche arbitraria legnata sui denti delle imprese, a farlo scendere. L'andamento dei prezzi italiani sembra coerente con l'andamento dei prezzi internazionali, al netto di un differenziale di 3-4 centesimi per litro che può essere ricondotto alle inefficienze della rete di distribuzione. Il prezzo industriale è probabilmente destinato a restare più alto che altrove, perché da noi il self service non attecchisce come invece nel resto del mondo, dove è la regola e non l’eccezione.Soprattutto, però, non nascondiamoci dietro a un dito. Il governo non può promettere azioni che vanno a limitare il costo alla pompa e poi fare sapere, per bocca del suo ministro dell’economia, che non vi saranno riduzioni fiscali di sorta fino al 2009. Perché per abbassare il prezzo della benzina, quello servirebbe. Un taglio delle tasse, nello specifico un taglio dell’accisa, che incide assieme con l’IVA per il 70% del costo del pieno. Due note a margine. Uno. L’accusa dell’Antitrust è la stessa del 1999, quando l’Autorità inflisse una multa record. Decisione poi respinta dal Consiglio di Stato, che la contestò nel merito e nel metodo. Varrebbe la pena ricordarselo. Due. L’Autorità sostiene che le compagnie hanno spostato i loro margini dalla benzina al diesel, seguendo la migrazione degli automobilisti (cioè l'aumento della domanda di diesel e la riduzione della domanda di benzina). Ammesso e non concesso che sia un comportamento sanzionabile, che cosa ne dice l’Antitrust del fatto che la stessa dinamica si osserva per il prelievo fiscale, visto che fra 1996 e il 2006 è cresciuto del 14 per cento sulla benzina, e invece del 53 per cento sul diesel? Giusto tenere gli occhi aperti sui cartelli, ma per favore non chiudiamoli sullo Stato."

18 gennaio 2007

Prodi e l'allontanamento da Washington

La vicenda politica domestica sul si sofferto del Premier Prodi sull'ampliamento della base militare americana di Camp Ederle a Vicenza ha puntualmete assunto i tratti del più classico dei teatrini dell'assurdo della politica italiana. Se non fosse che conosciamo benissimo i processi ideologici che scattano in Italia quando ci si trova per le mani qualunque questione targata stelle e strisce non sapremmo davvero come giustificare una simile figura da "repubblica delle banane" che il Premier ha fatto fare al Governo Italiano con le sue incredibili quanto ridicole parole.
Prodi è riuscito in primo luogo a derubricare la concessione di una base militare straniera su proprio territorio come materia di mera urbanistica e amministrazione in capo all'autonoma scelta del Comune di Vicenza, in barba alle più elementari norme di diritto costituzionale italiano, dal momento che in materia di accordi internazionali ad avere il potere decisionale è e può essere soltanto il Governo centrale che di fatto determina la politica estera e gli interessi nazionali del paese: far passare la faccenda come se il Governo americano avesse deciso tutto col Comune di Vicenza in totale autonomia e segretezza è un insulto all'intelligenza di qualunque cittadino italiano nonchè un'offesa e uno svilimento del ruolo e della funzione delle più alte istituzioni italiane di cui il Premier fa peraltro parte.
In secondo luogo, montata la crisi politica interna alla maggioranza parlamentare che lo sostiene, ha provato a scaricare le responsabilità della sua scelta al precedente Governo, reo, secondo le sue parole, di aver tenuto nascosto il paese e il suo esecutivo degli accordi con Washington sull'ampliamento della base di Vicenza.
Come scrive oggi Mario Sechi questa non è solo una cosa alquanto ridicola e offensiva dell'intelligenza del cittadino medio, è anche una vera e propria menzogna, dal momento in cui il dossier sulla base Dal Molin passò dalla scrivania del precedente Ministro della Difesa Antonio Martino a quella dell'attuale Ministro Arturo Parisi al momento del cambio di Governo, tanto è vero che diverse interrogazioni parlamentari sono state fatte da esponenti della attuale maggioranza, e lo stesso Parisi ha pubblicamente ammesso di incontri con rappresentanti militari italiani e americani sulla materia dell'ampliamento della base; tutto pubblico come è ovvio che sia, trattandosi di materie che riguardano le relazioni internazionali tra due stati, la materia per eccellenza di competenza del Governo.
Le gravi indecisioni degli ultimi mesi del Governo Prodi, che hanno suscitato le preoccupate reazioni dell'Ambasciatore americano Spogli allarmato da un mutato clima politico più ostile al legame atlantico tradizionale, hanno permesso all'ala sinistra della maggioranza di inserirsi in una questione dove ha intravisto la possibilità di battagliare contro una decisione riguardante un accordo con gli Stati Uniti, secondo la loro ben nota posizione ideologica, impedendo una decisione chiara e tempestiva che avrebbe evitato un deterioramento del rapporto tra Roma e Washington nonchè un danno di immagine enorme sull'inaffidabilità e sull'ambiguità del governo italiano in una materia come la politica estera dove le decisioni determinano il buon proseguo di alleanze importanti per gli interessi nazionali.
Parlando di interesse nazionale è bene ricordare come sia strumentale parlare di necessità di trovare un consenso delle comunità locali alla decisione del governo, perchè è chiaro ed evidente che la legge riserva l'esclusiva potestà di decidere sulla politica estera al Governo, escludendo il parere di qualsiasi decisione locale.
Il senso della legge è evidente: gli interessi nazionali non possono essere messi a repentaglio da qualche migliaia di persone scontente, perchè il mantenimento di buone relazioni internazionali sono materia cosi delicata e legata alla sicurezza nazionale tali da non poter essere messe in discussione da questioni particolaristiche e locali, in questo caso parte degli abitanti di Vicenza.
L'interesse nazionale scavalca le competenze e le volontà localistiche ed è di esclusiva competenza del governo sovrano che solo può decidere degli orientamenti di politica estera le cui ricadute trovano diretto effetto in materia di sicurezza e difesa nazionale, materie che per evidenti motivi non possono spettare alle decisioni di un comune, per quanto forte possa essere l'opposizione alla decisione presa a livello governativo: la legge prevede una semplice e chiara gerarchia nel potere di decidere in materie di politica estera, difesa e sicurezza nazionale; può piacere o non piacere, lo posso capire, ma la democrazia liberale moderna si basa su queste fondamenta: le decisioni vengono prese autonomamente nelle sedi istituzionali democraticamente elette.
Le richieste dall'estrema sinistra di un coinvolgimento popolare diretto nascondono, oltre che ha una più o meno in buona fede ignoranza delle leggi che normano i rapporti internazionali dello Stato Italiano, una più perniciosa opposizione politica ai rapporti con gli Stati Uniti portata avanti da una populistica mobilitazione popolare atta a fare pressione politica sul governo reo di una decisione a loro non gradita.
Le ultime posizioni di politica estera prese dal governo avevano già fatto trapelare una volontà più o meno forte di ridimensionare la storica alleanza tra Italia e Stati Uniti: per ultime le dichiarazioni di D'Alema ostili alla decisione di Washington in Iraq, dopo essersi ritirati da quel paese e quindi con una opportunità ad esprimersi molto discutibile e difficilmente legittimabile, e non ultima la preoccupante contrapposizione agli interventi americani in Somalia, autorizzati peraltro dal governo di Mogadishu e appoggiati da gran parte della comunità internazionale occidentale, alla luce della quale la posizione italiana rappresenta una isolata voce nel constesto occidentale ed europeo, un "dissenso circoscritto" che posiziona Roma su un asse distanziato da Washington dopo 5 anni di vicinanza stretta durante il Precedente Governo Berlusconi.
Ma una volontà politica di tale portata storica non può essere affidata a una vicenda cosi malgestita come quella dalla base di Vicenza che avrà verosimilmente un effetto sulle prossime decisioni di politica estera come il voto sulla missione in Afghanistan ed anzi dovrebbe essere presa alla luce di un disegno ampio e chiaro di politica estera che tenga conto dei costi e dei benefici, e soprattutto dell'opportunità, che una tale epocale decisione avrebbe sugli interessi nazionali italiani.
L'alleanza con gli Stati Uniti ha attraversato la Guerra Fredda e le ultime crisi internazionali dal momento in cui le comuni visioni politiche e culturali hanno unito le due democrazie occidentali e soprattutto perchè la capacità di difesa italiana non avrebbe potuto fare a meno della cooperazione pesante degli Stati Uniti sotto forma della Nato che ha di fatto permesso all'Italia di beneficiare di uno strumento di Difesa della sicurezza nazionale a carico non di Roma, ma prevalentemente a spese di Washington, negli ultimi 60 anni.
Per concludere, come osserva bene Phastidio, "è auspicabile che al momento del prossimo voto sul rifinanziamento della missione militare in Afghanistan non vi sia alcun puntello parlamentare del centrodestra, perchè non avrebbe senso soccorrere una maggioranza che sta ormai palesemente tentando di provocare la fuoriuscita dell’Italia dal sistema di alleanze internazionali in cui si trova da oltre sessant’anni, e che certamente prescindono dalla contingenza di quale Amministrazione sieda alla Casa Bianca. Meglio la chiarezza di una crisi, diplomatica internazionale e politica interna, che il sostegno all’opera di sistematica erosione dell’atlantismo italiano attuata da un piccolo gruppo di estremisti con la complicità (per azioni ed omissioni) di un governo irresponsabile".

Un interessante punto di vista personale e diretto della vita vicino alla base americana di Vicenza su NoiseFromAmerika.

Ringraziamo gli amici di American Pizza Party e Lady Blackice in particolare per l'attenzione rivolta a questo argomento di comune interesse.

15 gennaio 2007

Base Vicenza: Prodi incrina i rapporti Italia-USA

Avevo già parlato tempo fa dei problemi crescenti che avrebbero potuto nascere dalla questione della nuova base militare americana di Vicenza, un progetto per la verità di ridispiegamento delle unità disperse sul territorio italiano e tedesco componenti circa 2000 unità della 173ma aviotrasportata da effettuarsi in una nuova struttura nell'area dell'aeroporto Dal Molin.
Il cammino del progetto, approvato dal precedente Ministro della Difesa Antonio Martino, ha però trovato sempre più difficoltà e intoppi fino al deterioramento della situazione attuale tra il governo italiano e Washington. Prodi e D'Alema hanno assunto un atteggiamento piuttosto negativo in risultato del fatto che l'ala di estrema sinistra della coalizione di governo ha pressato via via per un rifiuto del progetto, ma questo ha portato a un temporeggiamento del Presidente del Consiglio a tutto danno delle relazioni bilaterali italo-americane, tanto che l'amasciatore Spogli da circa due settimane è in costante pressing su Palazzo Chigi da quando il Ministro Parisi ha depositato il dossier per la base di Vicenza nelle mani del Premier per la scottante piega politico-diplomatica che la questione della base sta assumendo.
Il problema sembra non di poco conto in quanto a Washington avevano ricevuto rassicurazioni e per questo sono già stati spesi 10 milioni di dollari circa in sopraluoghi, consulenze e progettazioni.
L'intera operazione verrebbe a costare 500 milioni di dollari, di cui 300 messi a bilancio nel 2007.
La commissione Difesa del Senato americano comincia a discuterne oggi proprio per approvare lo stanziamento dei fondi. Ecco perché Washington aspettava una risposta entro il 15. "Il nuovo governo — osserva il sottosegretario Forcieri — poteva rispettare gli impegni presi da Berlusconi oppure dire no subito. Ora tutto è più complicato".
E' chiaro che molto ha giocato la questione politica domestica italiana che vede una maggioranza in ostaggio numerico e conseguentemente politico di partiti comunisti e di chiara impronta antiamericana, ma il Presidente del Consiglio sta pericolosamente rendendo sempre più tesi i rapporti con Washington, già infiammati dalle diverse rotture politiche e diplomatiche del suo Ministro degli Esteri D'Alema, e questo non è solo un problema della attuale maggioranza di governo, è una questione di interessi nazionali italiani.
Spogli ha già fatto sapere che se riceverà un no verrà interamente smobilitata la permanenza militare americana di Vicenza e questo comporterebbe la perdita di qualche migliaia di posti di lavoro comprensivi dell'indotto creato dalla base Ederle precedente che andrebbero persi assieme alla ricaduta economica e commerciale che una stretta relazione tra due paesi ha costituito durante questi decenni di cooperazione militare.
E' evidente che il tutto verrà deciso tra la leva dell'opposizione politica e ideologica al progetto e quella del rischio occupazionale ed economico che un'eventuale no costituirà.
In questo senso dopo il battage mediatico e gli slogan ideologici di alcuni soggetti politici e comitati civili contro la nuova base, stanno prendendo voce anche le categoria economiche e le organizzazioni del lavoro della zona vicentina interessati in prima persona dalla questione: la confindustria, la confcommercio, la confartigianato e finanche la cgil e la uil hanno mostrato forti preoccupazioni per le voci che vedrebbero il governo Prodi chiudere la porta in faccia agli Stati Uniti per la costruzione della base, paventando pesanti conseguenze su tutta la provincia di Vicenza sui livelli occupazionali e sui rapporti commerciali.
In relazione a questo le categorie hanno inviato a Prodi, Rutelli, D’Alema e Parisi un telegramma sul caso Dal Molin: "Il mondo economico vicentino - si legge nel testo - esprime forte preoccupazione per gli ultimi sviluppi relativi al progetto di allargamento della caserma Ederle in area Dal Molin. La decisione di bocciare il piano sarebbe deleteria per la nostra economia, con ripercussioni prevedibili anche sui livelli occupazionali. Un’economia come la nostra, naturalmente vocata all’export, necessita di intrattenere buoni rapporti soprattutto con un mercato importante come quello americano".
"Le ragioni del mondo economico - concludono i cinque presidenti - sono chiare e non di secondo piano. Per questo speriamo che possano essere tenute in considerazione nell’importante decisione che il Governo si appresta a prendere".

Chi vi scrive auspica una presa di coscienza degli interessi nazionali italiani da parte dell'attuale governo Prodi, e che vengano perciò messe da parte le logiche politiche interne alla maggioranza per lasciare spazio a decisioni più razionali e di lungo periodo.
In questo senso è bene ricordare che le relazioni bilaterali tra Italia e Stati Uniti dovrebbero stare più a cuore a Roma, dal momento che chi giova maggiormente da tale collaborazione è evidente, come è altrettanto evidente chi potrebbe fare a meno di chi.
Chiudere la porta in faccia agli americani per far piacere alla pancia degli antiamericani nel governo con revival comunisti quali "fuori la Nato dall'Italia, fuori l'Italia dalla Nato" potrebbe avere degli effetti positivi di breve periodo sulla durata di Prodi a capo del Governo, ma di certo avrà dei pessimi effetti di lungo periodo sulla politica estera e sugli interessi nazionali italiani: rifiutare una base e delle truppe agli Stati Uniti manderebbe un segnale chiaro a tutti gli altri stati del fatto che l'Italia ha chiuso le porte e che future cooperazioni saranno impossibili.
Questa scelta sarebbe davvero autolesionistica, e alla già disastrata situazione politico-diplomatica dell'Italia all'interno della comunità internazionale non gioverebbe di certo di questo autogol politico dalla lungimiranza pari a zero.
Si apprende che una decisione verrà presa il prossimo venerdi 19 dopo la mancata risposta finale che avrebbe dovuto essere consegnata a Washington oggi, ma che le linee politiche dvergenti all'interno del governo hanno impedito di verificarsi, provocando ritardi e forti disappunti oltroceano dove si sono già stanziati soldi e programmi di ridislocamento per il progetto dato per certo fino a qualche mese fa. Oltre alle dichiarazioni al vitriolo da parte di Rifondazione Comunista, Verdi e Comunisti Italiani, apprendiamo oggi che l'Udeur e l'On. Capezzone hanno manifestato il consenso per il progetto della nuova base americana a Vicenza.
In conclusione, invece di nascondersi dietro una insensata e non meglio precisata "dignità nazionale" nei confronti degli Stati Uniti, Prodi e il suo governo farebbero bene ad attenersi all'interesse nazionale, l'unico parametro reale che dovrebbe dirigere l'agenda della politica estera di un paese moderno e serio.
L'interesse nazionale è l'unica costante di azione che un governo responsabile dovrebbe seguire, responsabilità di cui alla luce dei recenti provvedimenti l'attuale governo è drammaticamente sprovvisto.

Sulla presenza militare americana in Italia e sui rapporti tra i due alleati è vivamente suggerita la lettura del saggio di Andrea Gilli per Epistemes.

08 gennaio 2007

Stati Uniti: più diplomazia, non truppe

A una settimana dalla condanna a morte di Saddam Hussein e a un mese circa dalla presentazione del piano bipartizan dell'Iraq Study Group che criticò la conduzione militare e politica degli Stati Uniti in Iraq, l'amministrazione di Washington si appresta a commettere altri errori di interpretazione e decisione come negli ultimi anni. Se la commissione Baker-Hamilton ha avuto scarso impatto sul processo decisionale della Casa Bianca questo non è tanto dovuto al fatto che le sue soluzioni realiste siano "poco realistiche", al contrario, le proposte chiave per uscire dal pantano iracheno in una visione regionale più ampia su un piano più politico che militare sono tuttora evidentemente valide e realistiche, ma purtroppo le condizioni politiche interne agli Stati Uniti del dopo elezioni di medio termine non potevano che far risultare la commissione come il bersaglio politico sia dei Democratici vincitori che dei Repubblicani sconfitti, finendo col bruciare ciò che di positivo vi era contenuto.
Il ruolo politico della commissione era quello apprezzabile di dare una copertura politica bipartizan alle nuove probabili scelte dell'amministrazione Bush dopo la altrettanto probabile sconfitta di mid-term; ma una volta esaurito lo spin mediatico e politico amplificato nel prima e dopo elezioni, il Congresso ora in mano democratica e la Casa Bianca stanno agendo in contrapposizione su quasi tutti i temi in agenda, per ragioni politiche evidenti a tutti: marcare le differenze reciproche dopo una campagna elettorale che è parsa a tutti una grande e massiccia corsa al centro dove le diverse posizioni si sono confuse.
L'atteggiamento americano in politica estera risulta perciò profondamente influenzato da ragioni prevalentemente di politica interna, e le conseguenze sulle decisioni da prendere in Iraq vengono cosi pesantemente inficiate.
Il Presidente Bush ha fatto trapelare la volontà prossima di incrementare di 20.000 unità il contingente militare americano in Iraq in modo da controllare maggiormente la sicurezza ed evitare al paese di sprofondare nel caos più totale sulla scia di una guerra civile di fatto in pieno svolgimento.
Purtroppo questa soluzione appare chiaramente sbagliata e comunque intempestiva, dopo che è stato provato che le truppe erano troppo poche già nel 2003; incrementare di qualche migliaia il numero di uomini sarà comunque, come spiega l'ex generale Wesley Clark oggi per il Washington Post, troppo poco e troppo tardi.
Il solo motivo che sembra celarsi dietro questa scelta sembra essere di carattere prettamente retorico e politico: continuare ancora lo stanco riferimento alla vittoria in Iraq e al "mantenere la rotta" senza alcuna visione strategica se non quella ormai rivelatasi fallimentare di quella elettorale per i cittadini americani, ormai stanchi di vedere fallimenti presentati su un piatto d'argento.
L'approccio militare alla questione iracheno è ormai evidentemente inadeguato alla realtà attuale dove la lotta per il controllo del potere e per la sopravvivenza dei gruppi etnici dopo la caduta di Saddam, e mandare più truppe significherà solo avere più perdite e incrementare la resistenza irachena interna e soprattutto quella esterna dei vicini iracheni.
La realtà è che i problemi sul campo sono politici, non militari.
Una urgente azione è necessaria per risolvere la lotta sul piano politico.
Gli sforzi diplomatici e qualche cambio nella missione a Baghdad e nei ruoli chiave dell'amministrazione possono aiutare, ma l'amministrazione Bush deve riconoscere che la visione neoconservatrice ha fallito.
Elemento essenziale per evitare il tracollo degli interessi americani in Iraq e nella regione è l'avere a che fare con i vicini ingombranti, ma questo richiede molto di più che delle pattuglie di frontiera e dichiarazioni minacciose.
L'amministrazione ha bisogno di una nuova strategia (se mai finora una ce ne sia realmente stata una), prima che l'Iran acquisisca la capacità nucleare.
Mentre l'opzione militare deve rimanere sul tavolo, gli Stati Uniti dovrebbero prendere il controllo della situazione con una diplomazia diretta per risolvere i correlati problemi della spinta Iraniana per l'egemonia regionale e il potere nucleare, la lotta per il controllo del Libano e il conflitto Israelo-Palestinese.
Isolare i nostri avversari non ha funzionato.
Se questo fondamentale cambiamento nell'approccio di Washington rimarrà assente, l'unica cosa che otterà un innalzamento del contingente americano in Iraq sarà soltanto una crescita della retorica che ha accompagnato finora il dopo Saddam.
Questo però non servirà ad altro che sprecare vite e tempo, incoraggiare i terroristi ed eviterà di affrontare le sfide correlate di una regione in piena crisi.

Dello stesso parere il saggio di Mauro Gilli la cui lettura è vivamente consigliata.