28 febbraio 2007

Le Forze Armate secondo Prodi

"I nostri soldati sono portatori di una cultura di dialogo e di aiuto."
Romano Prodi.

Colgo l'occasione per esprimere il mio totale sgomento ogni volta che sento un politico italiano parlare delle missioni militari e di cosa fanno e sono mandati a fare i nostri militari.
Dalle parole scialbe e bizantine del discorso al Senato di ieri di Prodi si evince che i militari italiani più che un esercito sono un'associazione culturale di solidarietà formata da suore e crocerossine.
Possiamo ricordare una volta per tutti agli italiani che anche (sic!) i nostri soldati sono addestrati per fare la guerra e che se vengono dislocati lo fanno per garantire la sicurezza passivamente o per crearla attivamente in un teatro bellico o post-bellico, e che in entrambe i casi usano gli strumenti tipici dei militari, ovvero le armi, e non le caramelle e gli abbracci?
Se i nostri soldati sono in grado di stabilire un rapporto sereno con le popolazioni dei teatri bellici dove sono inviati, tanto meglio, ma non dobbiamo far diventare un aspetto marginale e non richiesto la loro principale funzione.
Ora, capisco che la politica italiana sia talmente astrusa e scollata dalla realtà da costringere tutti a parlare delle missioni militari in termini quando "missioni umanitarie di peace-keeping" e quando "missioni di pace", ma i bizantinismi e i giochi dialettici funzionali ai politici italiani per restare al governo non devono farci allontanare dalla realtà dei fatti: ovvero che in Afghanistan ci si è andati per distruggere il regime dei Talebani nonchè il principale avanposto dei terroristi islamici, dopo gli attentati dell'11 Settembre 2001.
Siamo in Afghanistan per eliminare fisicamente dei nemici, con le armi, gli uomini e tutti i mezzi militari necessari, non per stringere mani e dare carezze ai bambini, per fare quello non c'è bisogno di essere dei militari professionisti.
In conclusione, non bisogna mai perdere di vista l'obiettivo, eliminare le minacce e i nemici, che ci sono, e che non spariscono parlando con parole al miele della bontà dei soldati italiani e delle missioni militari come di pace.
Se devi combattere una guerra mandi i soldati, perchè è per quello che sono addestrati.

Continua su Phastidio la rassegna stampa estera dei prestigiosi riconoscimenti che il Governo sta raccogliendo in tutto il mondo.
Finchè c'è Rita, c'è speranza!

24 febbraio 2007

Sinistra tra shopping e suicidio

Alla fine il Presidente della Repubblica Napolitano ha preso la decisione più scontata e ha preso atto della scommessa ad alto rischio di Prodi di riproporsi alle Camere con lo stesso esecutivo e con gli stessi problemi politici. Ha respinto le dimissioni dopo l'assicurazione che la maggioranza avrà i numeri, non ha potuto sciogliere le camere proprio per questo motivo e anche perchè, come ha sottolineato, non ha trovato i numeri per una soluzione alternativa. Inoltre ha posto l'accento sulla necessità di porre come priorità l'approvazione di una nuova legge elettorale, alla luce del fatto che anche l'opposizione non è stata compatta nel chiedere le elezioni anticipate proprio per la poca fiducia per l'attuale legge elettorale.
La sottolineatura della necessità di una nuova legge elettorale in tempi brevi è apprezzabile da parte di Napolitano, e viene da sospettare che abbia preteso questa mossa da Prodi e dal futuro governo, perchè la fiducia sulla tenuta politica è molto tenue viste le preoccupazioni del Quirinale nelle settimane scorse, ed è probabile che Napolitano non tollererà un'altra crisi campale senza che prima non sia stato varato il paracadute di una nuova e decente legge elettorale, perchè quando Prodi ricadrà è praticamente certo che la pressante richiesta di nuove elezioni non sarà più inascoltabile, nemmeno dal Presidente della Repubblica.
Restano comunque fortissimi i dubbi sui numeri al Senato anche dopo le assicurazioni date da Prodi e anche dopo lo shopping avviato tra i banchi dell'opposizione: Follini è comprato, ma lascia aperta la porta a ripensamenti se risulterà insoddisfatto, e anche se la campagna acquisti non si è fermata al senatore democristiano, difficilmente le profonde divisioni politiche riusciranno a garantire i numeri per temi cruciali come l'Afghanistan alla verifica tra meno di un mese, e ovviamente sugli argomenti di politica estera e di difesa su cui la maggioranza si è dimostrata non esistere, e per questo non esisterà nemmeno dopo la fiducia che verosimilmente sarà approvata.
In sostanza, i numeri non sono il solo problema di Prodi, e benchè riesca a passare al vaglio della fiducia al Senato, la crisi politica si ripresenterà dopo che i problemi che lo hanno fatto cadere si ripresenteranno a breve.
Lo shopping avviato permetterà al governo di galleggiare qualche altro mese al massimo, ma sembra una scelta disperata per evitare il bagno di sangue elettorale che la sinistra subirebbe.
Ma il rischio che un nuovo scivolone si ripresenti è praticamente certo e questa volta sarebbe davvero la fine del governo, assieme a quella di questa maggioranza di centrosinistra autolesionista e irriguardosa dell'interesse generale dell'Italia, già seriamente umiliata in questi mesi.
Per il centrodestra questa forse era la cosa migliore che potesse accadere, subito dopo l'opzione delle elezioni anticipate, perchè è evidente che il logoramento ulteriore di Prodi e della sinistra si protrarrà ancora favorendo verosimilmente il vantaggio elettorale che si prospetta non lontano.
Silvio Berlusconi in fin dei conti è ben conscio del fatto che Prodi è comunque colpito e affondato, tanto vale stare a guardare la nave che affonda definitivamente comodamente seduti sui banchi dell'opposizione.

23 febbraio 2007

Italy as seen from outside

"The government of Prime Minister Romano Prodi was born weak, so its death on Wednesday was not exactly a surprise. But the day after, there was nonetheless a sense of wonder that it had all come apart at one stroke, that Italy had again inflicted upon itself a crisis with no clear outcome."

Cosi apre l'articolo del New York Times di ieri. Giornale newyorkese piuttosto famoso nel mondo non certo tacciabile di ostilità coi governi di centrosinistra propriamente detti.
L'effetto che si ha leggendo o ascoltando le analisi della situazione politica italiana dall'estero è disarmante e molto, credetemi, imbarazzante. Dall'estero risulta davvero assurdo riuscire a districarsi tra i mille bizantinismi della politica italiana e la domanda di fondo dietro alla sfilza di dichiarazioni che i quotidiani esteri riportano sembra sempre essere: che c'entra Berlusconi! Ma se non c'è una maggioranza, perchè non vanno a votare?
Semplice per chi vive in un paese serio e civile, ma che accostato all'Italia assume i contorni del solito teatro dell'assurdo a cui assistiamo da sempre. Gli interessi particolarissimi di alcuni partiti in Italia prevalgono sempre sull'interesse generale del Paese, ed è questo se vogliamo che risulta più incomprensibile agli occhi degli osservatori stranieri.
Per credere e vergognarsi fate un rapido giro su google news per scorrere tutti gli articoli sulla stampa internazionale e, se masticate un po' l'inglese, avrete subito una conferma di quello che vi dico.
Oltreoceano per cercare di districare la situazione e tentare di far capire come l'Italia dovrebbe comportarsi per uscire dalla crisi provano a riportare le dichiarazioni più sensate che hanno raccolto tra alcune personalità politiche ed intellettuali italiane.
Viene dato risalto a due semplici constatazioni di Bossi e del politologo Sartori, non saprei come meglio riassumere il buonsenso e la responsabilità che mancano ai politici italiani perciò le riporto pari pari e invito tutti a riflettere su come il governo sta sottoponendo l'Italia ad una umiliazione internazionale dalle proporzioni inusitate:

“No one has the majority — what else can we do?” Umberto Bossi.

“A technical government would be the most intelligent solution, but I don’t think that intelligence has necessarily marked the decisions of our lawmakers,” said Giovanni Sartori, a leading political columnist. “It’s certainly the only solution.”

E per fortuna che all'estero non hanno ancora visto questo!

22 febbraio 2007

Lasciate che Prodi si autodistrugga

Il Governo Prodi si è spento dopo nemmeno 10 mesi, il giorno 21 febbraio 2007, Mercoledi delle Ceneri. Gli scenari che abbiamo dinnanzi non sono molti: o Prodi riesce nuovamente a compattare la sua maggioranza, so che dopo ieri fa molto ridere ma è cosi, tentando la sorte e rispettando il voto di aprile scorso; o altrimenti si deve rivotare al più presto perchè non ci può essere un dopo-Prodi visto che l'attuale Governo ha ottenuto il premio di maggioranza che gli permette, si fa per dire, di governare datogli dalla legge elettorale proprio tramite l'indicazione di Romano Prodi a leader della coalizione: ergo, se cade Prodi viene meno il premio di maggioranza e di conseguenza anche la legittimità del Parlamento.
L'unico ostacolo che rende improbabile il voto è il fatto che nessuno a sinistra si vuole sottoporre al funerale politico che le elezioni costituirebbero per tutta la classe politica di sinistra attualmente, e in ogni caso, andare alle urne con questa stessa legge elettorale sarebbe un vero atto di abominio e di accanimento contro l'Italia, che non merita scene da Quarto Mondo e continue umiliazioni di fronte al mondo intero come quelle a cui ci ha di sovente abituato l'Unione in questi assurdi mesi al governo.
La mia personale posizione è che dopo le umiliazioni internazionali degli ultimi mesi, una in più o una in meno non cambierà di molto lo stato pietoso in cui l'Italia è sprofondata, perciò è molto meglio lasciar Prodi dove è per stare a guardare alla sua totale autodistruzione politica che consentirà di archiviare per sempre la pagina politica di qualunque altra coalizione di centrosinistra nel futuro.

Direi che quello che dice il Governatore del Veneto Galan mi trova piuttosto d'accordo:


"Nessuno mi credera’, ma io spero che il Governo Prodi non cada. Questo Governo deve durare ancora quel tanto che aiuti gli italiani a capire che cosa significhi essere nelle mani dei Diliberto, dei Ferrero, dei Pecoraro o di Franca Rame". Lo ha dichiarato il presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan, secondo il quale "questo e’ un Governo sostenuto per davvero anche da gente amica dei Talebani e vicina alle Brigate Rosse". "Ma gli italiani che hanno votato per Prodi hanno capito tutto cio’? Questo e’ un Governo al cui interno ci sono ministri che odiano gli Stati Uniti, la Nato, non escluse le Nazioni Unite. Ma gli italiani che li hanno votati hanno capito tutto cio’? Se fosse nelle mie possibilita’, farei quanto segue: comprerei milioni e milioni di copie del quotidiano nazionale piu’ autorevole e le spedirei a casa di ogni famiglia. Cosi’ tutti potrebbero leggere che, secondo D’Alema, nel caso il Governo oggi fosse stato battuto al Senato non sarebbero rimaste che le dimissioni di Prodi. Mi auguro che cio’ non sia, anche perche’ non ce la siamo goduta abbastanza, pur dovendo sopportare il disgusto che causa al 99% degli italiani la sola vista di Diliberto". E anche a proposito della base Usa di Vicenza, secondo Galan "il problema per la sinistra, e lo si e’ visto benissimo oggi al Senato e’ di tenere tutti assieme: dai finti filoamericani ai veri simpatizzanti delle Brigate Rosse. Cosi’ va il mondo - conclude - e mi dispiace che vada cosi’, soprattutto se penso alla fatica che deve sobbarcarsi il presidente Napolitano di fronte a un simile governo"


Infine, consiglio la lettura frequente di Daw, per farsi delle sane risate grazie al blogger più fantasioso, spiritoso e ironico che il web abbia mai visto.

21 febbraio 2007

Governo agli sgoccioli

"Se il governo non avrà la maggioranza sull'Afghanistan andrà a casa".

- Massimo D'Alema

Maggioranza 160 - Favorevoli 158 - Contrari 160

18 febbraio 2007

Sì alla base, o Roma perde potere politico

Vi proprongo l'intervista sulla Stampa di oggi all'ex Generale dell'esercito americano James Lee Doizer, sopravvissuto nel 1981 al sequestro delle Brigate Rosse. In un periodo in cui quel clima degli anni di piombo sembra improvvisamente rinascere ci sembra importante far sentire il punto di vista privilegiato del Generale sulla questione terrorismo e su quella dell'ampliamento della base americana di Vicenza. Doizer lancia l'avvertimento "senza Vicenza saremmo in difficoltà, dovremmo rivolgerci altrove, e anche il peso politico di Roma ne risentirebbe". Inoltre sui problemi politici interni italiani di sempre e su quelli insiti nella attuale maggioranza di centrosinistra segnaliamo l'articolo di Sergio Romano, che ci sentiamo di sottoscrivere.

Parla James Lee Doizer

NEW YORK. La base di Vicenza riporta alla mente del generale James Lee Dozier un ricordo preciso: «Fui portato lì in ospedale, quando i Nocs mi liberarno dai brigatisti a Padova. Chiesi subito due cose: un bel taglio di capelli, e un hamburger con patatine fritte e Coca Cola».

Nel dicembre del 1981 Dozier era l'ufficiale americano più alto in grado nel fianco sud della Nato, quando le Br lo rapirono a Verona. Cosa le è rimasto più impresso di quella vicenda?

«La pistola che i terroristi mi tenevano puntata alla testa, quando i Nocs mi liberarono: pensai che fosse arrivato l'ultimo momento della mia vita».

Perché si è salvato?

«La mia liberazione fu una straordinaria operazione di polizia, condotta da uomini estremamente preparati. Da quello che sento, però, le forze dell'ordine italiane continuano a lavorare a livelli eccezionali».

Si riferisce ai recenti arresti dei nuovi brigatisti?

«Mi fa piacere che li abbiano presi prima che potessero fare del male a qualcuno».

Perché abbiamo ancora a che fare con questi fenomeni?

«Non è facile estirpare la cultura che li ha prodotti: ci vuole tempo, e ogni tanto avvengono rigurgiti. Ma questi nuovi brigatisti sono fuori dalla storia e non hanno alcun futuro».

Come fa ad esserne sicuro?

«L'Italia ha sconfitto il terrorismo perché la società, nel suo insieme, lo ha rifiutato. Quasi trent'anni dopo, l'ideologia che lo aveva prodotto è ancora più marginale, e sono convinto che la società sia ancora più determinata a rifiutarla».

Quale fu, ai suoi tempi, la chiave per sconfiggere i brigatisti?

«Il lavoro delle forze dell'ordine, l'abilità dello stato italiano a combattere il terrorismo senza mai intaccare i diritti civili, e la coesione della società».

Intende anche la collaborazione delle forze politiche?

«La coesione fra tutti i partiti fu essenziale per isolare i terroristi e batterli».

Suggerisce di rifarlo oggi?

«Senza dubbio. Ma i politici italiani sanno benissimo da soli che la loro compattezza nel combattere i nuovi estremismi è fondamentale».

Ieri gli oppositori dell'allargamento della base di Vicenza hanno manifestato. Che messaggio vuole mandare loro?

«Protestare è un diritto sacrosanto della democrazia, a patto di esercitarlo senza violenza».

Cosa pensa dell'allargamento?

«Sul piano strategico ha un'importanza fondamentale, e ringrazio il governo Prodi per averlo riconosciuto. Vicenza è collocata in una posizione ideale per intervenire in aree come i Balcani, il Medio Oriente e l'intero Mediterraneo. Parlo di operazioni che garantiscono la sicurezza della stessa Italia, e non sono necessariamente di guerra: da li possono partire anche gli interventi umanitari. Senza Vicenza saremmo in difficoltà, dovremmo rivolgerci altrove, e anche il peso politico di Roma ne risentirebbe».

Molti manifestanti ieri contestavano proprio questo: lo stretto rapporto tra Italia e Usa.

«Mi dispiace, perché non comprendono che ha garantito anche la loro libertà. Per fortuna i due governi lo sanno, e conservano ottime relazioni. Anche negli Usa abbiamo movimenti di protesta come quello di Vicenza, e quindi vorrei ripetere agli amici italiani le stesse cose che diciamo qui agli americani: non dimenticate mai che il vostro diritto di manifestare è garantito proprio dal fatto che vivete in una democrazia occidentale. In molti altri paesi non sareste mai potuti scendere in piazza a protestare così. Questo diritto è frutto della scelta democratica e occidentale compiuta dall'Italia oltre mezzo secolo fa, su cui possiamo trovare tutti un terreno comune».

16 febbraio 2007

Sostegno al Si al Dal Molin

Apprestandoci ad assistere all'ennesima liturgia ideologica antiamericana che avrà luogo in Vicenza questo sabato vogliamo ritornare sulla questione analizzata nei giorni scorsi ribadendo due punti principali. Uno, tutti gli abitanti di Vicenza favorevoli all'ampliamento della base "Ederle" hanno il nostro sostegno e affetto: sappiamo che essere persone civili ed educate in questo Paese è difficile ed è soprattutto pericoloso alla luce dei teppisti e degli estremisti di cui siamo circondati ed infestati, per cui rinnoviamo il nostro sostegno alle iniziative del Comitato del Si al Dal Molin, manifestestiamo la nostra vicinanza e il nostro supporto ai dipendenti della base invitando tutti coloro che sostengono le ragioni del Si ad effettuare una donazione in forma privata tramite gli estremi che forniremo.Due. Ribadiamo la nostra vicinanza ideale e il nostro ringraziamento a tutti i militari e civili americani che operano nelle basi italiane, non solo quella di Vicenza, per quello che il loro lavoro significa in termini reali di difesa del territorio nazionale italiano, e proprio per sottolineare l'affetto che ci lega agli Stati Uniti, sconsigliamo fortemente a tutti i cittadini americani che per qualsiasi motivo dovessero recarsi a Vicenza di non esservi presenti da oggi fino a alla giornata di lunedi prossimo.
Piange il cuore a dover invitare a evitare una bella e civile città come Vicenza, ma per il bene stesso e l'incolumità fisica dei cittadini americani ci è moralmente imposto di fornire le dovute precauzioni.
Pertanto ricordiamo che per aiuto, supporto e informazioni di qualunque genere agli americani in soggiorno in Italia è consigliato di contattare l'Ambasciata americana a Roma e se in difficoltà rivolgersi e chiedere assistenza alle forze dell'ordine locali.

DONAZIONI
Raccolta fondi per il comitato del SI al Dal Molin. Ringraziamo fin da ora tutti coloro che vorranno contribuire a sostenere l'impegno e la causa dei Vicentini favorevoli all'ampliamento della caserma Ederle.

C/C: 502829
Intestatario: comitato di solidarietà dipendenti caserma Ederle
Banca: Banca Popolare di Vicenza sede di Contrà Porti (Vicenza)
ABI: 5728
CAB: 11810

15 febbraio 2007

E poi ci stupiamo del terrorismo...

"Potrebbe diventare una pericolosa occasione di violenza e l'occasione cercata da altri per saldare gli spezzoni di ostilità contro le forze dell'ordine".
Amato (Ds)

"Confido che non vi sarà alcun disordine", a Vicenza: "dovrà essere prevenuto", ma "nel caso vi fosse, deve essere represso con estrema severità".
Rutelli (Dl)

"Mi stupisce da un uomo prudente e raffinato come lui (Amato, ndr) una scivolata in questa direzione. Non mi pare ci siano gli elementi per raffigurare questa iniziativa come un meeting di assatanati".
Alfonso Gianni (Prc)

"Baccalà alla vicentina.
Il ministro degli interni Giuliano Amato sproloquia inParlamento: «A Vicenza rischio di ostilità contro le forze dell'ordine».E il vicepremier Francesco Rutelli straparla: «Ogni violenza sarà repressa».La manifestazione contro la base Usa diventa terreno di scontro politico. Il Prefetto chiude addirittura le scuole".

Il Manifesto

"E' indispensabile andare in tv anche se personalmente non ho una particolare predilezione ad apparire, per fare vedere che siamo diversi. Io sono diverso da Berlusconi, bisogna far vedere che ci fa schifo".
Diliberto (Pdci)

"I centri sociali rappresentano un argine contro il terrorismo".
Gennaro Migliore (Prc)

"La Legge Biagi è eversiva, una legge autoritaria da combattere".
CGIL

14 febbraio 2007

La sinistra e la lotta politica

Quello che scopriamo oggi circa le sventate cellule terroristiche infiltrate nei sindacati non ci meraviglia, perchè il terrorismo comunista in Italia non è mai stato veramente sconfitto, e anche quando si è cercato di combatterlo e isolarlo negli anni '70 non si riusci a sradicarne le ragioni d'essere e le possibilità di crescita ed espansione. Infatti la sinistra italiana non è mai veramente riuscita ad affrancarsi dagli ideali di lotta, e assieme a molti ambienti culturali e accademici molti gruppi hanno trovato sempre terreno fertile per far nascere focolai di vero e proprio terrorismo politico, che oggi ci ritroviamo tristemente ad affrontare.
Come dice bene Phastidio, è molto comodo per i sindacati difendersi presentandosi come le "vere vittime" dei brigatisti, è una spiegazione avvolgente e confortante, che rimanda e sfoca il vero problema, ovvero, come scrive Phastidio, quello che:

"esiste una sinistra massimalista che ha l’innata tendenza a demonizzare l’avversario politico, a ridurlo a simbolo, a “bandierina” da abbattere. E molto spesso tra questi simboli da abbattere vi sono altri appartenenti alla sinistra, di un sinistra moderna e riformista che in Italia, malgrado la pubblicistica dominante, è ancora allo stato catacombale, schiacciata tra comitati d’affari e populismi d’accatto. Dalla retorica incendiaria (anche dai banchi del parlamento e dai giornali) alla lotta armata, il passo in Italia sembra essere drammaticamente breve. E forse vale la pena che i progressisti italiani si interroghino anche sui propri silenzi, omissioni e connivenze perpetrate negli ultimi decenni sotto il giustificazionismo dei “compagni che sbagliano” e dello slogan “nessun nemico a sinistra”.

In questo ambiente politico e substrato sociale il fatto che il fenomeno della lotta politica armata di stampo terroristico non stupisce affatto, ma anzi viene da porsi un inquietante domanda: come mai ora? Come mai proprio sotto un governo di sinistra, con partiti comunisti al governo?
Nel 2002 fu Marco Biagi a pagare con la propria vita il prezzo di pensare liberamente sul mercato e sul diritto del lavoro italiano, non cedette alle intimidazioni nemmeno sotto scorta.
Dopo il clamore dell'assassinio a sinistra si cominciò la rimozione emotiva e iniziò la campagna di discredito di tutta l'azione del professore che ispirò la famosa "legge 30" sulla flessibilità del lavoro, e questa operazione ha di fatto allontanato quello spirito innovatore e riformatore dalla sinistra, facendo emergere solo i conservatori e i facinorosi.
Quel clima si è prodotto anche nei confronti del giuslavorista Pietro Ichino, che si scopre oggi un obbiettivo cinque anni dopo Biagi e a cui va la nostra più profonda solidarietà assieme a tutti gli altri soggetti di "attenzione" da parte dei terroristi.
Dopo le azioni della polizia e dei magistrati che hanno portato alla cattura dei brigatisti non abbiamo però potuto ascoltare manifestazioni subitanee e decise di solidarietà all'ex premier Silvio Berlusconi, oggetto di continue violenze verbali da sinistra negli ultimi dieci anni, e alle altre vittime dei brigatisti, ed anzi si è tentato di alzare il vessillo della vittima proprio da sinistra, dove molti esponenti non spendono parole per proteggere gli avversari colpiti pensando soltanto alla salvezza di stanche ideologie che continuano a fornire alibi a chi pratica la lotta politica armata.
Il fatto che l'Italia sia l'unico paese europeo dove il terrorismo comunista è ancora vivo e vegeto deve fare riflettere molto, e per forza la riflessione va fatta a sinistra dai partiti ai sindacati, perchè è evidente che se la violenza di piazza e l'ideologia di lotta riescono a penetrare sia nei sindacati che addirittura nel Parlamento tramite partiti estremisti che inglobano movimenti eversivi di piazza, la sinistra non può non sperare che elementi di violenza politica sfocino prima o poi in vero e proprio terrorismo.
Per questo l'ergersi a vittime primarie di questo terrorismo non è più sufficente nè tantomeno credibile, la sinistra deve fare i conti con ciò che ha seminato in decenni di ideologia aggressiva contro gli oppositori sia in Parlamento che in piazza o tramite i media e negli atenei, e deve voltare pagina cambiando il rapporto interno e quello con l'esterno.
Se non si comincia ad escludere i movimenti sul limite della legalità dall'agorà politica e a smettere di demonizzare e aggredire verbalmente gli oppositori, cominciando col riconoscere sempre e comunque l'avversario politico tenendo dei toni rispettosi, civili e prudenti, non basterà prendere e arrestare qualche terrorista oggi, perchè ne avremo altri domani.
Ichino lo sa, ma la sinistra chi seguirà?

VI PROPONIAMO L'INTERVENTO DI SANDRO BONDI (FI) DI OGGI ALLA CAMERA DOPO LA RELAZIONE DEL MINISTRO AMATO CIRCA LE RECENTI OPERAZIONI ANTI-TERRORISMO CONTRO LE BRIGATE ROSSE. NE SUGGERIAMO VIVAMENTE LA LETTURA ALLA LUCE DELLA PIENA ADERENZA AI SUOI CONTENUTI.

13 febbraio 2007

Un Paese Incivile, 2

Ieri alcune cellule terroristiche delle brigate rosse sono state sventate in tutto il nord Italia, erano pronte ad agire e a commettere omicidi su bersagli politici ed economici. Grazie al cielo tutti i membri sono stato fermati dalle forze dell'ordine, ma di riflesso c'è una notizia inquietante, infatti diversi brigatisti si stavano preparando all'azione durante la manifestazione "pacifica" contro la base americana di Vicenza.
Negli scorsi giorni molti politici di estrema sinistra ci avevano rassicurato circa la totale tranquillità di quella manifestazione, ma è evidente che in questo paese dove il terrorismo domestico è tutt'altro che morto e dove la violenza e l'inciviltà di quei movimenti di area politica estrema è più che mai in azione non c'era di che stare tranquilli. Abbiamo paura di morire andando allo stadio, figuriamoci se è esagerato aspettarsi manifestazioni non proprio pacifiche quando di mezzo ci sono gli Stati Uniti, che tanto scaldano gli animi degli attivisti europei.
Ma siamo pur sempre una democrazia libera e occidentale, e la manifestazione libera del pensiero non può ovviamente essere soppressa; lo ricorda anche l'ambasciatore americano Ronald Spogli in un perfetto italiano, "ovviamente la gente è libera di esprimere il proprio pensiero e certamente di fare o partecipare a una manifestazione".
Il problema è che nel nostro paese sappiamo come vanno a finire queste belle libere manifestazioni pacifiche, tante brave persone devastano città e aggrediscono polizia e chi si permette di dissentire con loro rischia la vita.
Tanto è vero questo che ieri l'ambasciata americana ha ufficialmente sconsigliato ai cittadini americani di recarsi a Vicenza dal 16 al 18 febbraio per non incorrere in rischi dovuti all'ordine pubblico.
Siamo in una democrazia cosi libera che siamo afflitti dai terroristi interni ed internazionali, e dove i criminali e i facinorosi sono dietro ogni angolo, e dove si rischia la vita tanto per strada quanto a un campo sportivo.
Il comunicato di allerta rivolto ai cittadini americani è il chiaro segno di come l'inciviltà sia ormai scappata letteralmente di mano allo Stato che non è nemmeno più in grado di assicurare la sicurezza ai propri cittadini, e tantomeno a quelli stranieri, cosa che avvilisce il prestigio del paese, essendo una norma di diritto internazionale consuetudinario quella di assicurare l'incolumità ai cittadini stranieri sul proprio terrirorio nazionale.
Non siamo nel 1945, non siamo nemmeno a Falluja. Siamo nel 2007 nella civilissima Vicenza.
Volendo fare perciò buona informazione, nel senso di tenere alla vita dei cittadini americani in Italia, sconsigliamo loro vivamente di mettere piede a Vicenza per una settimana circa da oggi.
Per aiuto, supporto e informazioni di qualunque tipo contattare l'Ambasciata americana a Roma e se in difficoltà rivolgersi e chiedere assistenza alle forze dell'ordine locali.

12 febbraio 2007

Un Paese Incivile

Che l'Italia sia un Paese incivile non ve lo deve certo spiegare chi vi scrive. Un Paese dove si intitola un'aula del Parlamento alla memoria di un teppista che tira estintori addosso a un carabiniere, un Paese dove si tollerano i vilipendi ai caduti e alle istituzioni, pensate agli slogan di insulto ai caduti a Nassiryia, di teppisti incappucciati poi giustificati da politici altrettanto teppisti, un Paese dove se si è o se si è stati terroristi si diventa delle celebrità e spesso anche deputati, un Paese dove ad andare in galera sono agenti di polizia mentre tentano, abbandonati dallo Stato, di difendere l'ordine pubblico, e quegli agenti sono poi i soli a scontare anni di reclusione mentre in Parlamento decidono di scarcerare decine di migliaia di criminali veri con un benservito e scusandosi per lo scomodo soggiorno, un Paese dove le vittime sono i terroristi islamici e i cattivi sono gli agenti segreti che tentano di catturarli e se possibile sventare i loro piani assassini e che per aver svolto il loro eroico lavoro finiscono pure processati, un Paese che si suppone essere una moderna democrazia liberale occidentale dove nel 2007 ci sono comunisti al Governo, e gente che li vota ovviamente, che inveiscono contro gli Stati Uniti e la NATO come se il muro di Berlino fosse ancora là in piedi, un Paese dove dalle parole del Presidente del Consiglio non è chiaro se la politica estera la conduca e determini solo il Governo centrale o anche qualsiasi istituzione locale di sua spontanea iniziativa in totale autonomia, un Paese dove un ispettore capo di Catania testimonia contro un teppista che ha aggredito la polizia fuori da uno stadio e a quel teppista viene permesso di insultare l'agente in aula dopo essere stato lasciato in libertà dal magistrato, e una settimana dopo, dico una settimana, quello stesso ispettore capo, sempre fuori da uno stadio, viene ucciso durante altre aggressioni alla polizia da teppisti.
Di esempi potrei portarne molti altri, e credetemi quando vi dico che ho fatto una certa fatica a scrivere paese con la "p" maiuscola, ma siccome ieri non ho potuto assistere, purtroppo o per fortuna questo decidetelo voi, alla trasmissione "In Mezz'ora" della Annunziata ho pensato bene di proporre per intero l'articolo di Mario Giordano che oggi ho casualmente letto in cui troverete il racconto e il resoconto di quella mezz'ora di tv.
Il resoconto dell'ultima puntata della serie tv quotidiana "Un Paese Incivile".

Invitare Casarini a parlare della base Usa di Vicenza è un po' come invitare Erode a un congresso di prevenzione pediatrica. Ma tant'è: non trovando di meglio per la sua mezz'ora in Tv alla domenica pomeriggio, Lucia Annunziata s'è dovuta accontentare. Siccome, però, aveva paura che le posizioni del disobbediente fossero troppo forti, ha pensato bene di cambiare il format del programma (che prevede un solo ospite) e chiamare in collegamento un'altra persona, che sull'argomento ha un'idea precisa. Casualmente, la stessa di Casarini.
Il tono non ne ha giovato: il dibattito (si fa per dire) è andato in onda all'ora del caffè, ma sembrava l'ora della camomilla. I pochi rimasti svegli hanno avuto modo di assistere a uno spot alla manifestazione di sabato prossimo a Vicenza che avrà fatto fare un salto sulla sedia alla Sipra, concessionaria di pubblicità Rai: ma questi avranno pagato una tariffa adeguata? Molti di voi ricorderanno l'Annunziata come giornalista aggressiva e puntuta. Esatto: ma stava intervistando Berlusconi. Con Casarini, invece, avreste dovuto vederla: era morbida come la seta e dolce come una torta di mele. Solo all'inizio ha contestato al leader dei disobbedienti la caccia ai ministri dell'Unione, facendo riferimento all'ultimo assalto a Damiano. «Colpa sua», ha risposto lui. «Ha la propensione a spaventarsi». Che gente, questi ministri: invece di essere contenti di giocare con i no global al tiro al bersaglio, ovviamente nella parte del bersaglio, osano avere paura. La Annunziata non ha obiettato nulla. Forse anche lei ha la propensione a spaventarsi.
E pensare che in certe occasioni, come si diceva, è molto grintosa. Ieri no. Casarini, per dire, non è stato costretto a lasciare lo studio. Delle tante domande imbarazzanti che la giornalista poteva fare, non gliene è venuta nemmeno una. L'ex Tuta Bianca, in fondo, è quello che a giugno sarà processato per rapina e lesioni in quanto protagonista di un assalto al supermercato («esproprio proletario»: se ne sono andati con tv a schermo piatto e scarpe di lusso). È stato più volte indagato per associazione sovversiva o attentati terroristici, prima del G8 lesse la «dichiarazione di guerra»
che diede inizio agli scontri, se l'è presa con il vertice Nato, la fabbrica di Prodi, il papà del soldato Matteo Vanzan, morto in Irak («L'han preso a schiaffi? Colpa sua»). Per un certo periodo, inoltre, era solito andare a mangiare a sbafo nei migliori ristoranti, tipo l'Harry's Bar di Venezia, con alcuni compagni. Al momento del conto si alzavano e dicevano: paga San Precario.
Ma di tutto questo non si è parlato su Raitre. Così Casarini, con l'aiuto della conduttrice tappetino e del complice in collegamento, ha potuto concionare a lungo dei massimi sistemi, spaziando da Marcos ai figli dei fiori. E poi, come un vecchio burocrate della ribellione, Tuta Bianca e tono grigio, ha chiamato le truppe a raccolta. Lo spot è servito: appuntamento alla manifestazione di sabato. E se ci sarà devastazione, beh, non si potrà dire che non è stata Annunziata.

09 febbraio 2007

Riapriamo i manicomi a Palazzo Chigi

Dopo le ultime assurde azioni ed esternazioni in politica estera del Governo Prodi, l'unica cosa che ci sentiamo di dire è che condividiamo il pensiero di Krillix e accogliamo molto volentieri la sua proposta anche tramite Phastidio.
Noi firmiamo, e voi?

La sicurezza passa per la proprietà privata

Propongo per intero l'articolo di Alberto Mingardi sul problema della sicurezza negli stadi perchè lo sottoscrivo in pieno, dopo aver avuto esperienza diretta del cosiddetto "modello inglese". Ho solo un paio di puntualizzazioni.
Primo, ai vigilantes privati interni agli stadi va data la parificazione giuridica ai pubblici ufficiali, per la sola durata del match ovviamente, perchè altrimenti non potranno toccare nemmeno con un dito i "tifosi" e non ci sarà alcuna deterrenza e repressione possibile, all'esterno dello stadio la resposabilità è e non potrebbe che essere a carico dello stato. Secondo, e fondamentale, è necessaria la presenza di celle, personale di polizia di stato e di un magistrato in uno spazio apposito dello stadio durante le partite (in Inghilterra hanno dei mini commissariati proprio sotto lo stadio), in questo modo i trasgressori potranno essere fermati e arrestati subito e processati per direttissima il mattino dopo in base alle leggi sui cosiddetti "reati da stadio".
Con questi due appunti il modello inglese sarebbe applicato, peccato che se poi il magistrato italiano lascia libero il criminale con una pacca sulla spalla e i politici italiani mi scarcerano migliaia di detenuti perchè non sono abbastanza comodi in galera non c'è modello inglese che tenga. E' per questo che non è il calcio il problema, ma è il paese, che è profondamente incivile.

Stadi ai club e la violenza sparirà
di Alberto Mingardi

Diciamolo chiaro e tondo: quando il ministro Melandi sostiene che “il modello di gestione degli stadi italiani così non funziona” e pertanto "dobbiamo andare verso la privatizzazione degli stadi”, non ha ragione. Ha straragione.Per più di un motivo. In primo luogo, azzardare che vi sia una correlazione fra la proprietà pubblica degli impianti, ed i casi di violenza, è forse esagerato. Però, in linea generale, noi sappiamo che la proprietà privata stimola la buona gestione, quando invece la proprietà pubblica si accompagna con l’incuria. Non è questione di dar sfoggio di un antistatalismo aprioristico: quanto piuttosto di far fronte all’amara verità che gli uomini (indipendentemente dal reddito e dalla classe sociale d’appartenenza) tendono ad obbedire ad incentivi. Gli incentivi per un manager pubblico a far bene il suo mestiere, e di converso a non farlo male, sono su un piano diverso rispetto a quelli che fronteggia un collega privato. Se non altro perché è assai inferiore la probabilità che il “padrone” s’ingegni a stampargli un calcione sulle terga. Questo non significa che non vi sia uno sforzo, spesso eroico, da parte delle forze di polizia per contenere la violenza. Però il prezzo che si paga è tanto alto quanto modesto il risultato.Perché? Perché gli attori che restano fuori dalla partita sono proprio quelli che dovrebbero giocarla, cioè le squadre. Privatizzare gli stadi significherebbe privatizzare la sicurezza negli stadi. Partendo dalla semplice e non indolore constatazione che la forza pubblica non può mantenere l’ordine in curva per la semplice ragione che in curva non può nemmeno entrare, e quando ci entra è un’incursione in territorio nemico, né più né meno.Se la morte di Raciti ci brucia tanto, non è solo per il senso della tragedia, per la dolorosa contrapposizione fra sangue e sport, perché lo stadio come la chiesa dovrebbe essere un rifugio, ma qualche volta si trasforma in tomba. È anche perché la promessa principale di uno Stato, incluso uno Stato elefantiaco e tuttofare come il nostro, è la promessa della sicurezza. Obbediscimi, e non morirai.Il problema è che noi obbediremo pure ad intermittenza, ma ancora più intermittente è la fornitura di quel bene – la protezione – di cui lo Stato per sé pretende il monopolio. Il fatto, poi, che la sicurezza sia tanto difficile da garantire in una grande manifestazione di popolo, quale una partita di calcio, ci inquieta e ci preoccupa perché, a dispetto dei libri di educazione civica, è improbabile che “lo Stato siamo noi”, se dove quel “noi” diventa corposo e tangibile lo Stato è impotente.Negli stadi italiani non sventola il tricolore: la sovranità appartiene di fatto agli ultras, spesso sulla base di un patto non scritto con le società, nelle cui vicende i teppisti pesano esercitando l’arma del ricatto e della violenza. Si possono combattere i mulini a vento, e provare a spezzare questo nodo gordiano con legiornate di sospensioni e un’escalation di poliziotti, perché se scontro dev’essere presentiamoci in forze. È la ricetta tradizionale, legge-ed-ordine, apparentemente condivisibile ma che al dunque si rivela per quello che è: fumo negli occhi dell’opinione pubblica. Siccome non possiamo permetterci di militarizzare gli stadi (sotto i mitra spianati, del resto, non gioca nessuno), diventa un facite ammuina, qualche gonfalone al vento, gravose promesse, facce dure, e dopo un paio di domeniche torna tutto come prima. In Gran Bretagna e anche in Usa, sono le squadre ad assumersi la responsabilità della sicurezza in curva - attraverso vigilantes pudicamente definiti stewarts. È una specie di contrattualizzazione del rapporto fra team e ultras: puliscono e rivestono la parte migliore del tifo aggressivo, dandole una divisa e la licenza diespellere gli ospiti indesiderati. Nulla di particolarmente originale: lo stadio come una discoteca, il vigilante come un buttafuori. Non si può imporre, però, questo nuovo peso ai team senza dar loro nulla in cambio. Anche perché avrebbero gioco facile nel ricordare allo Stato che anche per chi fa sport vale l’antica promessa. Io obbedisco se mi proteggi. L’extraterritorialità del campionato forse farebbe bene al campionato, ma non all’Italia. Per questo privatizzare tutti gli stadi, attraverso procedure trasparenti che assegnino una corsia preferenziale alle squadre (ma non limitino ad esse i possibili acquirenti), potrebbe essere una misura utile. Servirebbe ai team, per fare assegnamento su assets più robusti di quelli oggi a loro disposizione. Uno studio condotto, sulle squadre di baseball, dall’Università del Minnesota dimostra che il valore di una squadra, se essa gioca in uno stadio privato, tende ad aumentare nel tempo – mentre, ceteris paribus, tende a diminuire, se gioca in uno stadio pubblico. In Inghilterra il governo ormai raramente si trova a spendere per nuove strutture: Manchester United ed Arsenal, entrambi desiderosi di arene più moderne, hanno fatto tutto da soli. E grande è il valore inespresso degli stadi, che sono luoghi d’attrazione di strepitosa potenza di fuoco, e non si capisce davvero (cioè, si capisce benissimo, pensando all’ispettore Raciti) perché non riescano ad aggregare altre opportunità per spendere tempo e denaro.Brava Melandri, ben venga la privatizzazione degli stadi. In una repubblica fondata non sul lavoro ma sul pallone, sarà la madre di tutte le privatizzazioni.

Da Libero, 7 febbraio 2007

P.S.: Comprate subito il libro di Fabio Caressa!

03 febbraio 2007

A barbaric country

The Palermo president, Maurizio Zamparini, said: "This evening no one has won. We have all lost. These people are not fans but are delinquents that in other countries like England would have been arrested and seriously punished. We need more severe laws."

02 febbraio 2007

"SI al Dal Molin"

Venuti a conoscenza della messa online del Comitato per il "SI al Dal Molin" guidato da Roberto Cattaneo, ci impegnamo da oggi a portare avanti con ulteriori post l'iniziativa a sostegno dell'allargamento della base dell'U.S. Army denominata "Ederle 2" a supporto del comitato per il si e di tutti i suoi sostenitori. Daremo evidenza a tutte le più importanti notizie politiche, nazionali e locali, riguardanti l'esito dell'allargamento della base di Vicenza che ospiterà la 173ma Brigata Aviotrasportata.
Per tutte le notizie in tempo reale e dirette sulle iniziative locali e per tutte le informazioni circa l'argomento si rimanda alla lettura del blog degli amici di "SI al Dal Molin".